Qui potete ascoltare o scaricare la trasmissione Lingue & Dialetti del 27 novembre 09, tutta dedicata alla figura del poeta, scrittore e pensatore in lingua piemontese e provenzale Barba Tòni Bodrìe, (Antonio Bodrero all'anagrafe italiana) in occasione del decennale della scomparsa avvenuta il 15 novembre 1999.
Figura unica nel suo genere di grandissimo cantore della sua terra e del diritto di tutti i popoli del mondo alla propria lingua e autonomia, Barba Tòni viene qui ricordato da Censin Pich (Companìa dij Brandé) e Albina Malerba (Ca dë Studi Piemontèis - Centro Studi Piemontesi) con la partecipazione di Tavo Burat, Barba Guido Musso, l'amica Fede d'Turin e il professor Giuseppe Urbano (Centro provenzale di Coumboscuro).
Emozionanti testimonianze intorno a una delle figure più importanti del Novecento letterario per le lingue non ufficiali, e per questo ancora troppo poco conosciuto e volutamente nascosto dall'ufficialità "culturale". A dieci anni dalla scomparsa, la sua voce continua a parlare diretta all'anima di tutte le persone che, come noi, credono che prima degli Stati vengano i popoli. E che prima dei sudditi ci siano le persone. L'arte e la stessa vita di Barba Tòni sono un'eredità preziosissima da custodire e tramandare.
Nella trasmissione si ascolterà anche la stessa voce del poeta, in una delle sue telefonate del 1998 a Radio Padania, e nel suo "saluto" che aveva rivolto a tutti gli amici quanto già era gravemente ammalato. C'è il suo testamento, rivolto ai piemontesi e a tutte le minoranze linguistiche e regionali: restate uniti.
E se questo stesso blog, nel suo piccolo, continua ad esistere, è proprio per dare seguito ad una battaglia che è stata prima di tutto la sua.
gioann
per scaricare o ascoltare la trasmissione cliccate qui:
http://www.divshare.com/download/9623358-cf3
Nessuno pretende che la "grande stampa" ospiti quotidianamente i post di questo blog, no. Questo mai, non ho certo la presunzione di immaginare una cosa di questo genere. E' che ogni tanto si ha l'ipressione di vuotare il mare con il classico secchiello bucato. Almeno, per Diana, un po' di sana informazione in mezzo a tanta propaganda, questo sarebbe sacrosanto pretenderlo, soprattutto da chi opera sotto l'ombrello di testate che dovrebbero essere prestigiose. E la "sana informazione" potrebbe anche passare attraverso una risposta argomentata (che non c'è stata) a una lettera come questa, purtroppo piena dei soliti pregiudizi e luoghi comuni. E straboccante di quella "ignoranza" della materia del contendere che non può che essere tale, dal momento che quasi nessuno fornisce gli strumenti di conoscenza per comprendere ciò di cui si parla.
Punto primo, il più importante, quello taciuto da tutti: dal momento che lo Stato italiano ha deciso di "devolvere verso l'alto" porzioni abbondanti della propria sovranità, allora è necessario ricordare che le più importanti istituzioni internazionali, le Nazioni Unite attraverso l'Unesco, l'Unione europea e il Consiglio d'Europa ormai chiedono o - a seconda dei casi - impongono l'insegnamento scolastico delle lingue locali, regionali o minoritarie. In quanto alle "imposizioni", senza scomodare la miriade di altri documenti o risoluzioni in merito, è sufficiente rammentare che lo Stato italiano, nel 2000, ha firmato liberamente la Carta europea delle Lingue Regionali o minoritarie. Che impone, a vari livelli e con modalità da scegliere in un'ampia rosa di possibilità, di portare gli idiomi non ufficiali a scuola. Punto. Lo Stato italiano è in attesa di ratificare la Carta europea, e di modificare la legge 482 del 1999, per estendere la sua applicazioni ad altre lingue oltre alle 12 già da essa riconosciute (l'Unesco, nei territori dello Stato italiano, ne riconosce 32). In Parlamento sono stati depositati da più di un anno e mezzo i relativi progetti di legge. Con ciò, lo Stato italiano - a prescindere da qualunque altra valutazione nel merito - è ormai impegnato internazionalmente a portare quelli che ancora vengono definiti "dialetti" nelle scuole. E con questo il discorso sull'opportunità di farlo, è chiuso. Siamo oltre. Si deve discutere sul "quando" e sul "come" farlo, ma sul "se" non ci sono margini. Almeno per una volta, la devoluzione verso l'alto di porzioni di sovranità di uno Stato va a favore dei diritti dei popoli.
Se poi si vuole proprio entrare nel merito del titolo della lettera a "Italians", allora si abbia il coraggio di dire che l'Unesco, l'Ue e il Consiglio d'Europa vogliono fare "sciocchezze". E' lecito, ma è necessario dimostrarlo con argomenti alla mano tanto forti come quelli addotti dagli organismi internazionali. Altrimenti, si fa solo prendere aria alle tonsille e alle dita sulla tastiera.
Sul fatto che poi i "dialetti" si possano salvare solo con gli sforzi dei "singoli appassionati", allora o non abbiamo capito nulla della materia di cui liberamente abbiamo deciso di discutere, oppure non abbiamo capito nulla della forza della televisione e della globalizzazione. Davide contro Golia, in confronto, sarebbe quasi uno scontro tra pari... Una lingua è un fatto sociale, non individuale. E una comunità che accetta di perderla, accetta le proprie catene. L'avevano ben capito sia il Nobel Frédéric Mistral sia il "quasi Nobel" Ignazio Buttitta.
Eppure c'è ancora chi, oggi, si sente "evoluto" e "moderno" perché crede che i "dialetti" siano roba d'altri tempi e da museo dei vecchi mestieri. Ma in realtà non si rende conto di essere semplicemente il più provinciale degli italiani. Pardon, degli "italians". Perché in tutto il mondo il vento sta cambiando, finalmente. E se le istituzioni, che ne hanno l'obbligo morale e ormai - come abbiamo visto prima - anche giuridico, non si attivano per salvare quei patrimoni dell'Umanità rappresentati dalle lingue in pericolo (nel mondo ne muoiono una o due alla settimana), allora non piangiamo se domani ci sveglieremo nell'incubo peggiore: tutti gli umani perfettamente uguali e interscambiabili, con la stessa lingua, gli stessi vestiti e gli stessi pensieri. Telecomandati, ovviamente. Perfetti robot. E' davvero questo ciò che vogliamo? (gmp)
Riprendendo un'iniziativa di quest'estate, l'organo della Lega Nord La Padania e andato in edicola oggi con una doppia prima pagina: in ultima di copertina c'è la prima pagina tradotta in lingua friulana.
Potete trovarla qui:
http://www.divshare.com/download/8968216-84e
Buon ascolto!
gioann
Come era facile immaginarsi, ormai non si riesce più a seguire tutto quello che accade intorno alla salvaguardia, rivalutazione, rilancio delle identità linguistiche del territorio. Da quando, la scorsa estate, la Lega Nord - sia o meno "simpatica" a tutti, ha avuto l'indubbio merito di riportare l'attenzione sul tema - ha rilanciato tra le sue parole d'ordine proprio quella legata alle lingue locali, è stato boom di notizie, iniziative, commenti, polemiche, interventi di ogni tipo, pro o contro, intelligenti o meno interessanti.
Di qualce cosa abbiamo dato conto. Di altre, la gran parte - stante la caratteristica finora assunta da questo spazio di "sperimentalità" e di mancanza di aggiornamento in tempo reale - qui non si trova traccia. Con mio dispiacere, dal momento che i contatti che questo blog riceve sono parecchie decine al giorno, grazie anche alla collocazione piuttosto "alta" in google (tra la prima e la seconda pagina) digitando la parola "dialetti".
Come migliorare? Innanzitutto, se volete, anche grazie a voi. Inviatemi - come messaggio privato o pubblico qui sopra o come mail alla casella
lingue.dialetti@libero.it
ogni vostro commento, segnalazione di iniziativa (nelle grandi città o nei piccoli paesini) legata alla lingua del territorio, ogni articolo di giornale, radio, tv, internet, relativo alle nostre tematiche. Cresceremo insieme, il vento non ha mai iniziato a soffiare così forte come in questo momento. Ed era davvero ora.
Gioann March Pòlli
(ANSA) - MILANO, 13 LUG - Basta con attori che parlano solo in romanesco: e' la provocazione lanciata dal vice ministro alle Infrastrutture, Roberto Castelli. ''Che sia un bergamasco, che sia un altoatesino o un tedesco - spiega a margine della cerimonia d'inaugurazione del polo della cinematografia lombarda -, comunque parlano tutti in romanesco. E' una cosa insopportabile. Da' fastidio, non tanto per una questione localistica o campanilistica, ma e' chiaro che il linguaggio e' parte essenziale dei personaggi''.
Apriti cielo. Non l'avesse mai detto, anatema e scongiuro dai salotti chic e dal culturame assortito. Eppure è verità, e di quelle pesanti: le caratterizzazioni locali del linguaggio sono sempre a senso unico. Sacrosanto che Montalbano e i suoi colleghi di fiction parlino con forte accento e spesso terminologia siciliani. Si vogliono fare "I Cesaroni"? Doveroso l'accento romanesco, ci mancherebbe altro. Ma che il Don Bosco o il Papa Giovanni parlino altrettanto "italiano standard" che standard non è perché comunque inficiato dallo stesso accento dei Cesaroni è un assurdo che solo il patetico centralismo culturale italico può spiegare. Ancora. E' di qualche mese fa il caso (di cui abbiamo parlato anche qui) della fiction televisiva su temi camorristici in cui - con rabbia sacrosanta di molti napoletani - si parlava in un vernacolo del tutto inventato a metà strada tra il campano e il siciliano. Ma - invenzioni a parte - anch lì sarebbe sembrato davvero assurdo che gli attori parlassero con l'accento della Litizzetto, peraltro caricaturale come lo era quello di Macario. Ricordiamo invece il caso della soap opera Vivere, ambientata (si fa per dire) a Como. Con quale accento pensate parlassero i protagonisti? Non certo con quello lariano. Ecco perché è ora davvero di dire, insieme al viceministro Castelli, un sacrosanto BASTA alle caratterizzazioni del linguaggio soltanto da Firenze in giù, e per fortuna che almeno Benigni e Pieraccioni non parlano anche loro come Alberto Sordi.
Punto secondo. ho volutamente postato oggi, 14 di luglio, giorno in cui sarebbe stato proclamato un sedicente sciopero dai sedicenti "blogger" contro il provvedimento che impone al titolare di un blog il controllo e la rettifica di quanto scritto in lesione dei diritti altrui. Sono anch'io - è logico - per la libertà di parola, la più ampia possibile per tutti. Non solo: sono anche, e da sempre, per l'abolizione degli odiosi "reati di opinione" di marca fascista ancora vigenti nell'ordinamento italiano, a partire dalla legge Mancino che a tanti abusi si presta e si può prestare.
Ma sono anche a favore della responsabilità personale delle azioni dell'individuo. Chi sostiene (come gli "scioperanti") che obbligare chi commette un reato a mezzo internet a rimediare all'eventuale offesa o reato commesso sia un attacco alla libertà di parola, non ama la libertà di parola bensì la libertà, propria dei prepotenti e dei furbi, di lanciare il sasso e nascondere la mano.
Molto spesso, e questo è un bene, a scrivere in rete capita di raggiungere molte più persone che con la carta stampata. La penna (e la tastiera del computer, suo corrispettivo contemporaneo) può ferire più di un arma, diceva qualcuno. Sacrosanto, quindi, che chi quest'arma la maneggia, sia invitato a prendersene tutte le responsabilità. (gmp)