Lingue & Dialetti - Notizie e commenti

Blog sperimentale sulle Lingue regionali, locali e/o minoritarie. Spazio antagonista allo sradicamento e alla globalizzazione culturale. Per segnalazioni di eventi o altro, scrivete a lingue.dialetti@libero.it

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Mi chiamo Gioann March Pòlli, (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista e animatore culturale. Conduco in prima persona, sia con la professione che con il mio impegno volontaristico, una battaglia a favore delle lingue regionali e minoritarie. Insomma, perché vengano riconosicuti i diritti di ogni popolo del mondo a poterle parlare, insegnare, trasmettere in ogni ambito sociale, politico e civile, indipendentemente dallo Stato di appartenenza e dal suo tasso di "democrazia" interna. In particolare, lavoro perché sia preservata, insegnata, diffusa e rilanciata anche e soprattutto nelle scuole la Lingua piemontese, con tutti i suoi dialetti e varianti locali. Il Piemonte è infatti mia terra di origine e "patria cita" (quella "granda" è il mondo intero, e non ne riconosco altre). Sono in onda due volte alla settimana, il martedì dalle ore 14,20 alle 15.00 e il venerdì dalle ore 14,00 alle 15.00 sulle frequenze di Radio Padania Libera. Ma la mia trasmissione, che si intitola proprio "Lingue e dialetti", benché in onda su un'emittente vicina a un partito politico si rivolge a chiunque, indipendentemente dall'opinione o dall'appartenenza politica. La salvaguardia delle culture umane è fondamentale nella battaglia contro l'appiattimento, l'omologazione e la globalizzazione ed è a beneficio di tutti, a prescindere da qualunque steccato ideologico, culturale, etnico o geografico.

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mercoledì, 10 dicembre 2008

EMILIA / Così "La Repubblica Parma" sul "Dialetto parmigiano: piccola lingua di una piccola patria"

Un interessante articolo, ricco di spunti di riflessione generali e di informazioni in particolare sulla lingua parmense, tratto da http://parma.repubblica.it



Il dialetto parmigiano: piccola lingua di una piccola patria

di Giovanni Petrolini




 

L’inconfondible e irripetibile originalità del parmigiano, come quella di ogni altra parlata dialettale, è legata alla particolarità dei suoi suoni (‘foni’). Ma ancor più è dovuta al ‘ modo’ singolarissimo con cui quei suoni vengono modulati all’i nterno delle parole e delle frasi. Più ancora della ‘fonetica’ è infatti la ‘tonetica’, ovvero la curva melodica, la prosodia, che rappresenta in qualche modo il Dna di ogni dialetto. È insomma il suo particolarissimo ‘accento’, la sua ‘cantilena’ come si usa dire più popolarmente.

Ma purtroppo anche la ‘tonetica’ di un dialetto (così contagiosa da passare facilmente all’italiano parlato locale), proprio come il Dna di una persona, è difficilmente analizzabile e descrivibile se non con strumenti di laboratorio e metodi di analisi molto sofisticati. Ci basti qui una semplicissima osservazione: al solo sentir parlare qualcuno in un qualsiasi dialetto italiano, dal suo ‘ accento’ è possibile dedurre con buona approssimazione la sua terra d’origine, la terra dove ha vissuto e dove forse è anche nato. Dal tono della sua parlata è possibile insomma risalire direttamente alla sua ‘piccola patria’, come non sarebbe possibile fare muovendo da altri suoi comportamenti che pure sono dei ‘ marcatori di identità’ (come per esempio il suo modo di mangiare, di vestire etc.).

Ma che cosa significa ‘piccola patria’? Di ‘patria’ (o di ‘matria’, come qualcuno preferirebbe dire) – si osserverà – ce n’è una sola. Che non è né grande né piccola. È la Patria del Tricolore e dell’I nno di Mameli. È la Patria per la quale tanti italiani si sono battuti e hanno dato la vita. È la Patria di Dante, di Leonardo, di Galileo, e dei Grandi che come Loro l’hanno resa grande, a prescindere dalla città dove fossero nati. Per molti oggi sembra che non sia più così. Sarà la crisi degli Stati nazionali, sarà la sempre minore credibilità dei politici e delle politiche statali, certo è che mai come oggi gli italiani si sono sentiti figli di almeno due patrie, dibattuti tra sentimento nazionale e spirito municipale, alla ricerca di un difficile equilibrio tra l’Italia dei deputati e dei senatori, e l’Italia dei sindaci e degli assessori, tra l’Italia della Repubblica e l’Italia dei Comuni.

Proprio nel momento in cui comiciano a partecipare confusamente di una terza grandissima patria, quella europea, dove si parlano lingue straniere incomprensibili ai più, gli italiani riscoprono più forte che mai il senso di appartenenza non solo all’Italia, la ‘ grande patria’ del loro orgoglio nazionale, che bene o male parla ‘ italiano’, ma anche alla città dove sono nati e cresciuti, ai luoghi che li hanno visti bambini. Alla ‘piccola patria’ cara al cuore, che ancora, bene o male, parla dialetto. Una piccola lingua imparata non leggendo, ma vivendo. Vivendo insieme ad altri dello stesso paese o della stessa città la vita di tutti i giorni. Frequentando le stesse persone, gli stessi borghi, le stesse strade, le stesse piazze, attraversando gli stessi ponti, bevendo alle stesse fontane. In un contatto comune, diretto e immediato, con le stesse persone e le stesse cose, con lo stesso paesaggio. Per molti italiani che oggi si sentono sorpassati e smarriti da una storia che cammina troppo in fretta, disorientati e spaesati nel loro Bel Paese dominato da litigiosità e confusione, il senso di appartenza a queste piccole patrie si è fatto più intenso e sentito. Sono i luoghi che loro conoscono meglio di tutti gli altri al mondo.

Sono le terre dei loro padri e delle loro famiglie. Patrie ‘ concrete’, non ‘astratte’ e calate dall’alto, che oggi sembrano rappresentare un sicuro piccolo punto di riferimento, un solido ancoraggio affettivo nel grande e imprevedibile mare della ‘ globalizzazione’. E si capisce come dai figli di queste ‘piccole patrie’, il dialetto sia percepito come il più distintivo tra i ‘ segni particolari’ della loro carta d’identità etnica e culturale. Tutto questo vale naturalmente anche, e forse ancor più, per una città come Parma. E per quella ‘razza particolare’ di italiani che sono i parmigiani. Cittadini di una città di provincia che vanta una storia bimillenaria e un glorioso passato di piccola capitale europea e che si fregia di uomini e imprese che hanno dato lustro all’Italia nel Mondo. Così, specialmente oggi che a Parma è venuta largamente meno la percezione del dialetto come un contrassegno di classe, forse non c’è nulla che come il suo dialetto faccia sentire orgogliosamente parmigiano un parmigiano. E questo a dire il vero non da oggi.

Quando Parma viveva ancora rinchiusa tra le sue mura, e la scarsa mobilità dei parmigiani, non ancora motorizzati, si giocava tutta (o quasi), a piedi o a cavallo, tra la città e la vicina campagna, a distinguere un vero parmigiano dai tanti contadini inurbati dal più vicino contado era il dialetto. Un po’ come oggi a far riconoscere un parmigiano in mezzo a tanti altri italiani, a tanti altri europei, o a tanti altri abitanti del pianeta, non è il colore degli occhi o dei capelli, non sono i lineamenti del volto, né il modo di mangiare o di vestire ma è ancora una volta quel suo modo unico e irripetibile di parlare.

Bombén Nella sua forma attuale bombén, avv. o pron. indef., è abbastanza recente. In questa precisa veste fonetica lo attesta per la prima volta (per quanto mi risulta) Peschieri che sente ancora la necessità di chiarire “per dir moltbein”. Allora e prima d’allora le sue varianti più comuni erano montben / mondbén / moltbén / moltbein / monbén / mombén. Un mont ben compare già – come si è già avuto occasione di ricordare – nel rustico parmigiano ‘riflesso’ (1590) de La carbonaia di Francesco Ugeri “Ch’a min son cort a bolla, ch’ i han slovazzà mont ben par lor” ‘Che me ne sono accorto perfettamente, che hanno divorato molto a loro vantaggio’. Il parm. bombén rappresenta dunque l’esito (con assimilazione consonantica m-b > b-b) di un precedente composto mondbén passato a monbén/mombén a sua da mondbe(i)n propr. ‘molto bene’. Cfr. anche il piemontese motoben/mutubin, lunigianese mutuben, butuben (cfr. REW 5740) dove la nasale sembra essersi ammutolita molto presto. Per altre varianti lunigianesi si veda G. Masetti, Vocabolario dei dialetti di Sarzana, Fosdinovo, Castelnuovo Magra, Pisa, 1973, a.v. Quel che va sottolineato è che il primo elemento mont-/mond- del composto parmigiano disusato montbén/mon(d)bén (in luogo di ‘moltbén’ che ci aspetteremmo) rappresenta la sopravvivenza proprio di quell’antico ‘monto pro multo’ ‘monto per molto’ che fu già un elemento caratteristico del volgare parmigiano del Basso Medioevo, al punto che Dante lo stigmatizza come uno dei tratti più grossolani del volgare parmigiano (si veda De vulgari eloquentia, I, 15). Ma questa non commendevole (almeno per Dante) particolarità di dire monto invece di molto pare fosse condivisa da altri dialetti emiliani occidentali (cfr. per es. l’antico modenese mont, per es. mont dì, mont ann, si veda G. Bertoni, Profilo storico del dialetto di Modena con un’appendice di “giunte al vocabolario modenese”, Firenze, 1921, p. 69).

Quanto alla ragione di monto ‘molto’ (invece di molto) dei tempi di Dante si possono formulare solo delle ipotesi. Potrebbe trattarsi semplicemente di un fatto fonetico, come nel caso di monto ‘molto’ dell’antico umbro, con nasalizzazione di -l preconsonantica (si veda Rohlfs, Grammatica…, § 245) come nel romanesco antro, noantri, dovuta all’influsso della nasale precedente. Ma in questo caso, trattandosi di fenomeno estraneo al parmigiano e alle parlate emiliane occidentali, dovremmo pensare a un improbabile prestito fonetico dalle parlate mediane. Più facile che monto dipenda qui dalla sovrapposizione del sost. mundus ‘mondo’ o dell’avverbio abunde ‘abbondantemente’, al lat. multum, come vuole per es. il DEI II 1307, a.v. dimolto). Preferirei pensare tuttavia a un precoce accostamento ‘popolare’ di molto a monte (che contiene anch’esso l’i dea di gran quantità, di abbondanza). Anche nell’antico volgare genovese, come in quello parmigiano, si diceva monto per molto, v. G. Flechia, Annotazioni sistematiche alle Rime Genovesi (Archivio, II, 161-312) e alle Prose Genovesi (Archivio, VIII, 1-97), in “ Archivio Glottologico Italiano”, VIII (1883-85), p. 370, dove si accenna anche all’antico francese mont. Per l’accostamento paretimologico a monte viene in mente il sardo meta ‘molto’, dal latino meta ‘mucchio, monte’ (M. L. Wagner, La lingua sarda. Storia spirito e forma, Berna, 1951, p. 133), livornese un monte ‘molto’ etc.

Ma neppure è da escludere un incrocio tra multu(m) e tantu(m), cfr. l’antico milanese mainta ‘molta; tanta’, parallelo all’antico francese e provenzale maint, all’antico it. manto ‘molto’, v. S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana (d’ora in poi GDLI), Torino, 1965-2004, a.v., cfr. REW 5231, attestato per es. nel volg. milanese del Duecento, v. M. Degli Innocenti, Una “ Confessione” del XIII secolo. Dal “De confessione” di Roberto di Sorbona (1201-1274) al volgarizzamentoin antico milanese (ms. Ambros. T 67 sup = MA1), in “Cristianesimo nella Storia”, V (1984), pp. 245-302, v. Glossario a.v.

(09 dicembre 2008)



Un piccolo saggio ben argomentato sia per quanto riguarda le specificità tipologiche e storiche della lingua di cui si parla, sia per l'analisi generale dell'importanza crescente di quelle che vengono definite le "piccole patrie" anche dal punto di vista linguistico. Le "patrie concrete", contrapposte alla "patria astratta"...

Già: la patria unica, proprio quella astratta: "quella del tricolore e dell'inno di mameli", quella delle guerre di aggressione spacciate per guerre di indipendenza,  quella dei massacri di civili spacciati per lotta al brigantaggio, quella della vergogna della propria lingua e dei popoli assoggettati spacciate per progresso civile a tutto vantaggio dei padroni del vapore, è per fortuna davvero in crisi nera di identità e di ruolo. E a nulla serve che se ne riaffermi l'esistenza per atto dovuto, sempre più stancamente e quasi come un riflesso condizionato. Ed è interessante notare - come viene fatto magistralmente in questo articolo - che un numero molto crescente di  persone si rendano conto di questo fallimento storico, e che la sua difesa (quella della "patria del tricolore") appaia sempre più un "minimo sindacale", una difesa d'ufficio anche su testate e organi di informazione di solito molto refrattari (per non dire apertamente ostili) nei confronti del trionfo crescente e inarrestabile delle identità locali di fronte alla prepotenza ottusa ed economicamente criminale della globalizzazione.

Chi scrive, da sempre ha dichiarato, nel suo profilo, di non riconoscere altre "patrie" all'infuori del Piemonte e del Mondo intero. Non si può che essere più che soddisfatti e rasserenati dall'osservare come questa precisa scelta di campo assuma sempre più i contorni di un vero sentimento collettivo. (gmp)


Commenti
#1    11 Dicembre 2008 - 13:49
 
complimenti a Giovanni Petrolini per un saggio ben scritto e "sobrio". Viene da ripetere quel passaggio che parla di una "lingua imparata non leggendo, ma vivendo", che è poi la definizione di "lingua madre"...
Tambürel
utente anonimo

#2    18 Giugno 2009 - 17:04
 
interessante quel mont ben al posto di molt,te lo dice un parmigiano che sta facendo una ricerca toponomastica sulla montagna parmigiana
ciao
utente anonimo

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