Agenzia Ansa:
CDM: IMPUGNATA LEGGE REGIONE PIEMONTE SU TUTELA DIALETTO
(ANSA) - ROMA, 12 GIU - Il consiglio dei ministri, su proposta del ministro per i rapporti con le regioni, Raffele Fitto, ha impugnato la legge della regione Piemonte, la n.11 del 7 aprile, sulla 'Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico del Piemonte'.
La legge regionale, volta alla valorizzazione del patrimonio linguistico del Piemonte, attribuisce al dialetto piemontese il 'valore di lingua piemontese' al fine di parificarla alle lingue minoritarie 'occitana, franco-provenzale, francese e walser', e conferisce ad essa il medesimo tipo di tutela. Cio', secondo il governo, eccede dalla competenza regionale e viola l'art. 6 Cost. (secondo il quale 'la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche') nell'attuazione e nell'interpretazione ad esso data rispettivamente dalla legge n.
482/99, che non ricomprende il piemontese tra le lingue ritenute meritevoli di tutela, e dalla giurisprudenza costituzionale che pone in capo al legislatore statale la titolarita' del potere d'individuazione delle lingue minoritarie protette, nonche' degli istituti che caratterizzano questa tutela.(ANSA).
No comment.
dal Corriere della Sera di mercoledi' 3 Giugno 2009
Che cosa pensa di questa nuova rinascita dei dialetti, al punto che la Lega vorrebbe renderne l’insegnamento obbligatorio nelle scuole?
Personalmente non so se ridere o piangere. Un veneziano (io stessa sono di Venezia) mi ha detto orgogliosamente di parlare solo in veneziano all’estero, e «se mi capiscono, bene, sennò peggio per loro»; e sempre la stessa persona ha dichiarato di considerare l’italiano una lingua straniera tanto quanto il francese. Perché siamo sempre così irrimediabilmente provinciali? Anche in Germania ci sono dialetti: il bavarese, parlato comunemente dalla gente, è incomprensibile per un tedesco di Amburgo, ma a nessuno verrebbe mai in mente di renderlo obbligatorio nelle scuole! Non le sembrerebbe molto più opportuno introdurre l’insegnamento di una seconda lingua europea?
Cara Signora,
Sul Corriere del 24 maggio Luciano Canfora ha già dato una risposta alla sua lettera scrivendo che la «demagogica richiesta di introdurre come disciplina scolastica l’uso dei dialetti» è una manifestazione di fondamentalismo linguistico. I dialetti sono un patrimonio culturale da studiare nelle università, dove esistono da tempo, come ricorda Canfora, «fiorenti insegnamenti dialettologici». Mi limito, per quanto mi concerne, ad aggiungere qualche considerazione.
La moda culturale del dialetto risale agli anni Settanta, ma non concerne soltanto l’Italia ed è uno dei molti aspetti della crisi dello Stato nazionale. Al sentimento della grande Patria, nata dalle ideologie risorgimentali dell’Ottocento, subentra quello delle piccole patrie che hanno lungamente occupato lo spazio storico europeo, dalla Catalogna all’Alsazia, dalla Bretagna alla Corsica, dalla Scozia al Galles, dal Veneto alla Lombardia, dalla Provenza alla Sardegna. Dopo essere stati lungamente mal tollerati e «umiliati» come indice di inferiorità sociale e culturale, i dialetti vengono rivendicati come manifestazione di una identità profonda, legata alla terra, alle tradizioni religiose e familiari. Radici e identità diventano le parole alla moda di un dibattito culturale che accompagna tutti i movimenti federalisti e secessionisti degli ultimi decenni. Il dialetto è la bandiera da sventolare contro lo Stato centrale e assume maggiore importanza quando, in un’epoca di grandi trasmigrazioni, serve a individuare e a isolare lo straniero che «minaccia» la purezza delle nostre radici.
Ma il mondo dell’economia, degli scambi culturali, dei viaggi, del progresso scientifico e della comunicazione in tempo reale non ha bisogno di lingue antiche, pittoresche, diffuse tra poche centinaia di migliaia di persone, incapaci di esprimere le complessità e le articolazioni della modernità. Accade così che negli anni in cui i dialetti sembrano godere di una nuova gioventù, la sola lingua vincente, a danno di tutte le altre grandi lingue nazionali, sia l’inglese. Di questo passo, quando i leghisti di tutta Europa avranno vinto le loro demagogiche battaglie contro le loro rispettive lingue nazionali, i baschi e i castigliani, i sardi e i friulani, i bretoni e gli alsaziani, i bernesi e i ginevrini potranno parlarsi soltanto in inglese.
A questo punto, mi sono permesso di scrivere - a mia volta - alla signora Stefanelli.
Gentile signora Stefanelli,
sono Gioann March Pòlli, giornalista e responsabile del blog http://linguedialetti.splinder.com
Le scrivo in merito alla Sua lettera pubblicata oggi sul Corriere della Sera con risposta di Sergio Romano. Dal momento che sono personalmente impegnato da due decenni per il rilancio delle lingue regionali o minoritarie (impropriamente spesso chiamati "dialetti") e per la tutela della diversità delle culture umane, mi permetto di darLe anch'io qualche risposta.
Portando - in ossequio alle richieste della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, documento del Consiglio d'Europa che l'Italia ha sottoscritto nel 2000 ed è in procinto di ratificare - le lingue locale a scuola, saremmo tutt'altro che "irrimediabilmente provinciali". Saremmo Europei, nel miglior senso possibile assunto da questa parola.
Perché ci adegueremmo in pieno a quei dettati di civiltà e di rispetto delle differenze, più volte richiamati da documenti sia del Consiglio d'Europa che dell'Unione europea (se vuole Le parlo anche dell'azione dell'Unesco, Nazioni Unite...), nonché dall'articolo 6 della Costituzione italiana, che sanciscono il sacrosanto dovere degli Stati al rispetto dei diritti culturali dei popoli. E il sacrosanto dovere di far di tutto per impedire la morte di due lingue alla settimana, come sta avvenendo nel Pianeta. Sono anch'esse patrimoni dell'Umanità, lo sapeva?
Lei poi dice che in Germania vi sono "dialetti" che nessuno vuole a scuola. Lasci stare il caso della Germania (peraltro uno Stato federale) e pensi, ad esempio, all'Olanda. Lei sa che il Frisone (tipologicamente un dialetto dell'olandese, che tipologicamente potrebbe essere anche considerato un dialetto germanico) è considerato Lingua ed è insegnato a scuola -ed impiegato nella Pubblica amministrazione - in quanto una comunità vi si riconosce? Pensi alla Spagna, dove il bilinguismo perfetto (almeno nei Paesi Baschi, Galizia e Catalogna) è una realtà accettata e consolidata. O al Galles, dove è capitato che il ministro del governo autonomo con l'incarico all'economia avesse anche la delega alla lingua, a testimonianza del fatto che quest'ultima possa essere un fattore di sviluppo e di crescita del territorio, e non certo di freno.
Inutile aggiungere che anche l'illustre Sergio Romano fa una grande confusione, scambiando i "dialetti" intesi come varianti di una lingua di stato (come potrebbero essere per esempio l'italiano regionale veneto, o l'italiano regionale pugliese...) con le lingue locali o regionali strutturate vere e proprie, diverse per origine, grammatica e sintassi - pur mantenendo la comune origine romanza - dalla lingua dello stato italiano. La lingua piemontese, per esempio, tipologicamente è molto più somigliante al francese che al toscano (lo scrisse anche Dante nel De Vulgari Eloquentia...). E allora che facciamo, lo battezziamo "dialetto del francese"? E la lingua napoletana, già lingua di Stato, per la cui tutela è oggi in corso l'iter legislativo regionale? E la siciliana, che fu impiegata ancor prima di Dante, sotto Federico II, come lingua di corte e di altissima letteratura? E ancora la lingua veneta, lingua coufficiale della Serenissima, o ancora la piemontese, il cui primo documento letterario (i Sermoni Subalpini) risale anch'esso a cento anni prima dell'Alighieri? Sono tutte lingue utilizzate ancora oggi da milioni di locutori. Che facciamo, continuiamo a far finta di niente, e a farle morire ammazzate dall'orrido italiano televisivo, e da quella globalizzazione senza pietà i cui effetti perversi stiamo subendo tutti quanti sottoforma di una crisi economica senza precedenti e che nasce proprio dal suo fallimento?
Gentile signora Stefanelli, ripartiamo da casa nostra. L'inglese per comunicare con il mondo è indispensabile. Ma è indispensabile anche tornare a parlare con noi stessi in una lingua che non sia quella di De Amicis o di Maria De Filippi.
La invito cortesemente - se vorrà comprendere un po' di più i motivi di questa NECESSARIA e CIVILE opera di rilancio verso il futuro delle "lingue proprie" dei popoli d'Europa, anche come fattore di integrazione per gli immigrati - a dare un'occhiata ai vari contributi, notizie e commenti presenti sul mio blog. La aspetto lì, se vorrà, anche in attesa dei suoi.
Cordiali saluti.
Gioann March Pòlli
articolo tratto da http://www2.melitoonline.it
(attenzione ai passaggi evidenziati in grassetto...)

“La Calabria, aggiunge Bruni, oltre alle tre direttrici cosiddette minoritarie (le presenze arbereshe, grecaniche e occitane), che sono tutelate da una normativa del 1999, non può trascurare una questione molto più delicata, importante e realmente identitaria. Il Calabrese è un idioma vero e proprio e si inserisce di diritto, proprio in virtù dei processi storici che si porta dentro, in una questione che riguarda la tutela della cultura e delle parlate presenti su un determinato territorio nazionale”.
“Il Calabrese, come il friulano o il sardo, ha assorbito, cesella Pierfranco Bruni, istanze storiche antichissime non solo dal punto di vista letterario e artistico ma puramente linguistico. Credo che debba riaprirsi un dibattito non solo dal punto di vista culturale ma anche giuridico sulla questione che riguarda i dialetti e le lingue considerate minoritarie. Se c’è una normativa che tutela le lingue minoritarie, aggiunge Bruni, non si possono trascurare le culture antropologiche e linguistiche nate sul territorio, attraversate da destini di civiltà, definite da una frequenza di rapporti sul territorio, nelle famiglie, nei contatti culturali”.
”Il Calabrese è un idioma, insiste Bruni, ma è anche il portato di una civiltà molto più antica delle stesse presenze minoritarie storiche. Un idioma, comunque, si tutela parlandolo e il calabrese lo si parla e va inserito in una nuova visione del rapporto tra lingua nazionale e difesa dei dialetti attraverso norme giuridiche. Ed è su questo piano che occorre necessariamente intervenire”.
L’Italia è una Nazione, che si caratterizza culturalmente proprio per la varietà delle forme dialettali da non confondersi con le “altre lingue” definite minoritarie. Il dialetto è parte integrante del costume e della tradizione di una Regione ma anche di territori all’interno di una stessa Regione. Ci sono varianti nei dialetti della lingua italiana, che mostrano la vera storia di una comunità ben definita all’interno della comune identità ed eredità nazionale. Ecco perché occorre puntare ai dialetti come patrimonio culturale, partendo da un presupposto preciso che è quello che devono restare, i dialetti stessi, dei modelli in una visione tra recupero delle tradizioni e letture antropologiche.
“Conoscere i dialetti, precisa Pierfranco Bruni, è definire un processo storico e antropologico di una comunità - popolo - territorio. I dialetti non sono “strutture” linguistiche minoritarie. Sono il vero tessuto di appartenenza ad un territorio all’interno di un processo che punta rigorosamente alla difesa della cultura italiana. I dialetti non sono lingue altre rispetto alla lingua italiana e rafforzano l’identità della lingua di una Nazione. Questo deve essere chiaro, soprattutto, alla luce di una nuova dialettica sulle lingue minoritarie e sulle particolarità etniche che sono già tutelate da una normativa che andrebbe completamente e urgentemente rivista e riscritta. Occorre un impegno istituzionale, parlamentare e giuridico affinchè vada riconsiderata la normativa di tutela sulle culture e parlate minoritarie in Italia perchè non corrisponde ai processi culturali contemporanei”.
Istituto di Cultura delle Lingue del CSR
Credo che una posizione come questa nasconda molte, ma molte più insidie di quanto possa apparire in una prima affrettata lettura. Nulla certo da eccepire sul riconoscimento del calabrese come 'idioma vero e proprio". Perché lo è, e come lingua viene utilizzata anche nell'arte contemporanea. Pensiamo, per esempio, alle affascinanti traduzioni in calabrese di alcuni celebri testi teatrali ad opera di Giancarlo Canteruccio ("U juocu sta' finisciennu", Finale di partita di Beckett, per esempio).
Il problema è che - a fronte di un riconoscimento dell'importanza identitaria, culturale ed antropologica della lingua regionale calabrese - lo scritto di Pierfranco Bruni e l'esegesi dell'articolista sbalordiscono quando arrivano a staccare dichiaratamente i "dialetti" (definiti "idiomi regionali e territoriali", mettendo insieme al calabrese anche friulano e sardo) dalle "lingue vere e proprie" oggetto della legge di tutela in vigore della quale si invoca la revisione.
Con tante belle parole di lode per la funzione estrema delle lingue del territorio, insomma, si finisce per separarle dalle "lingue minoritarie di serie A" (ma sardo e friulano sono già tutelate!!!) invocando non la fine della discriminazione data dalla legge 482 bensì la sua istituzionalizzazione, con un'altra legge che, affiancandola, tuteli - sicuramente in forma decisamente minore, congelandole di fatto - quelle che Bruni arriva a chiamare "lingue" che però non ritiene "altre" rispetto alla lingua italiana, benché in moltissimi casi tipologicamente lo siano!!
Stiamo davvero molto attenti a posizioni come queste. Perché, mascherata da riconoscimento, si cela in queste tesi, non suffragate assolutamente da seri dati né di ordine tipologico né politico-sociale, una discriminazione ancora più grave e seria di quella già oggi messa in atto dallo Stato italiano. Definire i cosiddetti "dialetti" non "strutture linguistiche", in spregio all'esistenza codificata, scritta e parlata, di molte lingue regionali, significa sottrarli alla piena tutela invocata dall'articolo 6 della Costituzione, della Carta europea delle Lingue regionali o minoritarie, dall'Unione europea, dall'Unesco.
Ripeto: vigiliamo e stiamo attenti. Perché - se questo è il contrattacco di un nazionalismo linguistico decisamente d'antan (L’Italia è una Nazione, che si caratterizza culturalmente proprio per la varietà delle forme dialettali da non confondersi con le “altre lingue” definite minoritarie", arriva addirittura a scrivere Bruni) - è tanto più pericoloso quanto più tenta di nascondersi dietro - evidentemente dubbi - presupposti di riconoscimento e tutela.
Sì, quindi, alle lingue regionali e minoritarie, tutte uguali nei diritti e nelle loro potenzialità di reimmissione nella società civile a fianco della lingua di Stato. No a una sedicente tutela di fatto discriminatrice, nata dallo sdoppiamento di categoria lingue/dialetti, utile soltanto a chi volesse arginare la forza dirompente del ritorno al rispetto delle identità territoriali violate da un ordinamento giuridico ancora oggi basato sugli antistorici fodnamenti del vecchio ed inesistente "Stato nazione". (gmp)
Ripubblico con gande gioia l'appassionato documento dell'amico Tavo Burat a favore dell’insegnamento scolastico delle lingue regionali. Nato nel 1932 da famiglia biellese, esponente storico dei movimenti di difesa delle minoranze etno-linguistiche, scrittore, giornalista e poeta in lingua piemontese e studioso del movimento dolciniano, Tavo Burat è responsabile per l’Italia dell’Associazione Internazionale per la Difesa delle Lingue e delle Culture Minacciate. Ha collaborato con Pier Paolo Pasolini in materia di salvaguardia dell’antico patrimonio linguistico delle minoranze.
Tavo Burat
Con una doverosa introduzione nella scuola della cultura e della parlata regionale, si porrebbe termine ad un’alienazione ingiusta e crudele. Si restituirebbero ai giovani la fiducia nella propria comunità e la fierezza delle proprie origini sociali. Attraverso la conoscenza della letteratura regionale (anche di quella di tradizione orale: canti, leggende, ecc.) gli allievi scoprirebbero le pagine e le espressioni più preziose di coloro che scrivono nel linguaggio familiare, quello di tutti i giorni: della casa, dall’amicizia e del lavoro. Vedrebbero che l’accademismo non è necessariamente il criterio di una cultura superiore.
I figli degli immigrati, lungi dal sentirsi imbarazzati dall’incontro scolastico con la cultura locale, avranno un valido strumento per meglio inserirsi nella comunità che li ospita. Insegnare la lingua locale a scuola, è come offrire, sulla mano aperta, la chiave di casa. È quindi un atto di apertura, e non di “chiusura”, come invece alcuni “glottofagi” vanno cianciando. Del resto è frequente il caso, specie in provincia, di ragazzi figli di immigrati i quali parlano la lingua locale con più slancio e sicurezza di quelli del posto (tipico è l’esempio, dei patoisants calabresi in valle d’Aosta!).
Se la lingua locale entra nella scuola, si introduce la preparazione costante con l’italiano, la ginnastica intellettuale del passaggio da un codice linguistico all’altro. Si invoca l’insegnamento del latino per dare all’allievo l’esperienza di una struttura grammaticale differente dalla nostra: la stessa funzione è esercitata, su una base molto più larga non (ancora!) a livello meramente archeologico, dal “dialetto”.
Si farà nascere così nell’allievo un vero “fiuto” linguistico, una più precisa percezione dei fatti grammaticali. Ammorbidiremo il suo spirito, strappandolo al monolitismo di una sola grammatica e di una norma dogmatica. Ne trarrà vantaggio l’universalità della cultura, poiché questo allievo, a proprio agio nelle tradizioni locali, naturalmente rinnovate e modernizzate, affronterà senza squilibri psichici le grandi trasformazioni sociali del nostro tempo: buona parte dello smarrimento che minaccia la gioventù moderna troverebbe un valido rimedio in questo umanesimo nostrano, di cui auspichiamo l’ingresso nella scuola.
Associazione Internazionale per la Difesa delle Lingue e delle Culture Minacciate
Pur di opporsi ad un progetto - quello di portare le lingue del territorio a scuola - che arriva direttamente dalle indicazioni del Consiglio d'Europa, capita anche questo. Che il Secolo d'Italia (l'ex quotidiano dell'ex Msi) tuoni contro la Lega che lo sostiene. E che pure il premio Nobel Dario Fo, la cui appartenenza ideologica è nota a tutti ed è diametralmente opposta ai post-fascisti, dalle colonne del Corriere lo irrida, anche se in modo simpatico e da par suo. E il Pd che fa? Risponde "Va' a ciapà i rat" al Consiglio d'Europa... Allegri, celebriamo degnamente la "festa della repubblica".
In merito, ancora una volta, riporto i miei articoli pubblicati su la Padania di oggi, 2 giugno. Contro la civiltà e le richieste del Consiglio d’Europa
Il Secolo come nel Ventennio:
«Gli idiomi locali sono barbari»
Giovanni Polli
«Il fascismo non tollerava i dialetti, segni dell’irrazionale unità di questo Paese dove sono nato, inammissibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti». Così scriveva Pier Paolo Pasolini, a proposito della scelta della lingua friulana per le sue “Poesie a Casarsa”, pubblicate a sue spese e a suo rischio il 14 luglio del 1942.
Sessantasette anni dopo, il quotidiano Il Secolo d’Italia, che già fu organo di stampa degli eredi degli eredi di quel regime, torna senza alcun pudore sugli stessi passi. E, a proposito della civile ed avanzata proposta di legge del Carroccio per portare le lingue locali a scuola, voluta e stilata in linea con i più progrediti orientamenti europei, sentenzia: «L’apprendimento coattivo del dialetto postula sul piano culturale, antropologico e istituzionale la dissoluzione dell’unità d’Italia». Fin qui non sarebbe altro che la più classica, retrograda e trita opinione nazionalista d’antan. Ma purtroppo non ci è toccato leggere soltanto questo. Le parole in libertà hanno iniziato a crepitare con il ritmo di una mitragliatrice futurista. «Falsificazione mitografica di un passato mai esistito», come se le lingue veneta, piemontese, milanese napoletana, siciliana o sarda le avesse inventate Tolkien insieme alla sua lingua elfica della Terra di mezzo. Rispettare la Carta europea per le lingue regionali o minoritarie, per l’ex giornale dell’ex Msi, porterebbe poi a «barbarizzare la tradizione italiana», come se gli scritti di Goldoni, Buttitta, Franco Loi, Eduardo, Nino Pedretti, Trilussa, Bersezio o Bianca Dorato fossero semplici trascrizioni di informi suoni gutturali prodotti durante la calate delle orde. Cambieranno anche i colori e le consistenze di certi peli, ma in certe aree politiche i vizi restano tutti quanti gli stessi di sempre.
A riprendere l’intera questione è stato anche il Corriere, in un ampio articolo intitolato “Storia locale e dialetto, contesa sulle materie della scuola “federale”, la lega le vuole per An sono una barbarie”.
Se Lorenzo Salvia, nel dare conto delle due posizioni resta abbastanza “centrale” durante quasi tutto l’articolo, lascia la chiusura ad una battuta - a dire il vero più stupidella che ironica - pronunciata dalla deputata Pd Emilia De Biasi all’indirizzo della collega leghista Paola Goisis, che ha presentato in Commissione alla Camera una delle due proposte di legge (l’altra è al Senato, presentata dal capogruppo Federico Bricolo) per portare a scuola la lingua e la storia regionali. “Va’ a ciapà i rat”, ha detto De Biasi. Per essere la risposta politica del principale partito di opposizione ad un impegno richiesto nientemeno che dal Consiglio d’Europa è davvero francamente un po’ deludente.
Il Gioan Padan torna sul Corriere e vuol fare il beffardo
Un articolo in koiné padana di Dario Fo. Il Nobel approva e stronca al tempo stesso
Il Gioan Padan torna a farsi vivo dalle colonne del Corriere. Dario Fo, unico artista a potersi e volersi esprimere correntemente in una vera e al tempo stesso inventata koiné padana, ha commentato domenica scorsa la proposta di legge per portare l’insegnamento delle lingue locali a scuola. E lo ha fatto da par suo, appoggiandola apparentemente ma finendo per deriderla, in ossequio alla sua osservanza e coerenza ideologica. «Mi a créo c’al sìa ’na bona pensàda quéla de insegnàrghe ai fiòl el dialèt de la sòa tèra - scrive il Nobel - parché cognòser la propia parlada d’orìgen ol segnéfega rescìrse a la granda dol lenguàz de nüng, de le svèrgule de l’idiòma e del basamént de la cianciàda del parlar comune, che nel caso nostràn a l’è l’italian».
Fo chiama poi in rassegna Dante e la sua opera De Vulgari Eloquentia per sostenere la stretta relazione tra i diversi volgari della penisola e quello che sarebbe divenuta la lingua italiana. Dimenticandosi, peraltro, quel passaggio fondamentale di quella stessa opera in cui Dante riteneva «turpissimum» il volgare parlato ad ovest di Alessandria (in pratica la lingua piemontese antica) e che, quando anche fosse puro, «non potrebbe essere considerato italiano». Ma tant’è. Non potevano poi mancare i soliti attacchi alla Lega e alla presunta ignoranza storica dei suoi “capi”, fino all’invettiva finale: «féla ’sta rivolusiòn de sbàter ol dialèt in de le scòle per i fiulìt, e pooe voj vedére el desastro che combinét...». Nell’attesa, il nostro premio Nobel potrebbe però fare un salto nelle centinaia di classi piemontesi in cui - con legge regionale - l’insegnamento della lingua piemontese è già attivo da dodici anni. Potrebbe giudicare lui stesso, e subito, se il risultato sia un «disastro» o un successo oltre ogni aspettativa.
Gi. Pol.