Lingue & Dialetti - Notizie e commenti

Blog sperimentale sulle Lingue regionali, locali e/o minoritarie. Spazio antagonista allo sradicamento e alla globalizzazione culturale. Per segnalazioni di eventi o altro, scrivete a lingue.dialetti@libero.it

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Mi chiamo Gioann March Pòlli, (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista e animatore culturale. Conduco in prima persona, sia con la professione che con il mio impegno volontaristico, una battaglia a favore delle lingue regionali e minoritarie. Insomma, perché vengano riconosicuti i diritti di ogni popolo del mondo a poterle parlare, insegnare, trasmettere in ogni ambito sociale, politico e civile, indipendentemente dallo Stato di appartenenza e dal suo tasso di "democrazia" interna. In particolare, lavoro perché sia preservata, insegnata, diffusa e rilanciata anche e soprattutto nelle scuole la Lingua piemontese, con tutti i suoi dialetti e varianti locali. Il Piemonte è infatti mia terra di origine e "patria cita" (quella "granda" è il mondo intero, e non ne riconosco altre). Sono in onda due volte alla settimana, il martedì dalle ore 14,20 alle 15.00 e il venerdì dalle ore 14,00 alle 15.00 sulle frequenze di Radio Padania Libera. Ma la mia trasmissione, che si intitola proprio "Lingue e dialetti", benché in onda su un'emittente vicina a un partito politico si rivolge a chiunque, indipendentemente dall'opinione o dall'appartenenza politica. La salvaguardia delle culture umane è fondamentale nella battaglia contro l'appiattimento, l'omologazione e la globalizzazione ed è a beneficio di tutti, a prescindere da qualunque steccato ideologico, culturale, etnico o geografico.

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sabato, 30 maggio 2009

FRIULI - RASSEGNA STAMPA /

articolo tratto da www.ilmanifesto.it

27.05.2009

Tommaso Jovine - TRIESTE

Friulano EXTRASCOLASTICO

LA CONSULTA BOCCIA LA LINGUA DI PASOLINI. Azzerata dalla Corte costituzionale la legge di tutela delle minoranze linguistiche voluta da Rifondazione e approvata dal centrosinistra alla regione Friuli. Non si potrà più insegnare il friulano a scuola. Eppure il 60% dei genitori aveva optato per questa scelta. Il centrodestra esulta. L'ex parlamentare del Pci Baracetti: «Sentenza figlia di un clima nazionalistico. Ci appelleremo al presidente della Repubblica Napolitano»

La questione della tutela delle minoranze linguistiche storiche della Repubblica italiana - dodici comunità fra cui spiccano, per numero, i sardi e i friulani - è sempre stata molto travagliata. Hanno dovuto attendere ben 50 anni per vedere approvata una normativa di tutela, la legge 482/99, applicativa dell'articolo 6 della Costituzione, ed ora sembra che le lancette dell'orologio siano tornate indietro, in un sol colpo, ai difficili anni delle lotte per il riconoscimento.

Lo scorso 22 maggio, infatti, la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità di diverse norme della legge regionale del Friuli Venezia Giulia che nel 2007 ha esteso la normativa di tutela del friulano, una lingua parlata da oltre 700.000 persone, con una floridissima letteratura (fra i tanti autori, Pier Paolo Pasolini) e riconosciuta dal linguista Tullio De Mauro come una delle realtà minoritarie più vivaci e dinamiche in Italia. La legge regionale era stata voluta dalla coalizione di centrosinistra, guidata dall'allora governatore Riccardo Illy. A ricorrere alla Consulta era stata la presidenza del Consiglio dei ministri, le cui ragioni sono state in massima parte accolte, segnando una battuta di arresto non solo per il friulano, ma per tutte le minoranze d'Italia.

Dalla lettura della sentenza, tuttavia, si intuisce che sulla questione non c'è stata unanimità all'interno della Corte: il giudice relatore, il vicepresidente Ugo De Siervo, ha infatti rinunciato a scrivere le motivazioni della sentenza, probabilmente in segno di dissenso, e a lui è subentrato il giudice Paolo Maria Napolitano.

La parte della sentenza che ha colpito più duramente il friulano riguarda la scuola: secondo la Corte non è consentito alla Regione prevedere l'insegnamento anche di una sola ora di friulano per i bambini i cui genitori ne hanno fatto richiesta. E ciò nonostante oltre il 60 per cento dei genitori friulani ogni anno, dal 2001, opti per l'insegnamento della lingua madre.

«Ci sono seri rischi di involuzione fascista in Italia», ha commentato Roberto Antonaz, consigliere regionale della Sinistra l'Arcobaleno e padre della legge quando ricopriva la carica di assessore alla cultura della Giunta Illy per conto di Rifondazione comunista. «Mi pare - ha proseguito Antonaz - che la posizione del fascismo sulle minoranze linguistiche fosse molto chiara: chi parla altre lingue rispetto all'italiano va messo in condizione di non doverlo fare. Continuo a ritenere, come avevo sostenuto anche nel caso della bocciatura durante il governo Prodi, che a Roma non si conosca il problema. Il diritto a parlare la propria lingua è fra quelli che non andrebbero neppure discussi, come la libertà religiosa o il diritto alla salute».

«La sentenza non tiene conto dell'articolo 6 della Costituzione italiana che tutela le minoranze», ha commentato l'ex parlamentare friulano del Pci Arnaldo Baracetti, fra i primi a presentare negli anni '70 un disegno di legge per le minoranze assieme a Loris Fortuna. «La pronuncia risente di un clima di resistenze nazionalistiche. Per questo ci rivolgeremo al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - ha quindi annunciato - che aveva dato la sua disponibilità a venire in Friuli in visita una volta che la Consulta si fosse espressa».

Distingue la lettura giuridica da quella politica William Cisilino, presidente dell'Istitût ladin-furlan Pre Checo Placerean. «L'illegittimità della legge regionale non va ad inficiare i pilastri normativi su cui si basa la tutela della lingua friulana». La lettura politica però è chiara: «Prima il governo ha ridotto di un decimo i fondi della legge statale di tutela, rendendola una scatola vuota, ora la Corte ci dice che non ammette un'ora di friulano nelle scuole per chi ne fa domanda. Lo riteniamo grave, per questo abbiamo già pensato di rivolgerci al Consiglio d'Europa». Secondo Silvana Fachin Schiavi, docente all'Università di Udine, «stiamo tornando indietro di cent'anni. Sulla scuola, la sentenza applica una falsa interpretazione dell'autonomia scolastica. Ad essa compete l'organizzazione del curriculum, ma non può mettere in discussione i riferimenti normativi».

In sintonia con la Corte Costituzionale è la maggioranza di centrodestra che, dopo la sconfitta di Illy, guida la Regione friulana. Secondo il governatore Renzo Tondo, del Pdl, «la legge sulla lingua friulana non rappresenta in questa momento una priorità. Anche perché siamo appena usciti dal disegno di legge anti-crisi e personalmente ho intenzione di concentrarmi su questo credendo pure di interpretare quelle che sono le esigenze dei cittadini della nostra regione». Ma anche nel Pd c'è chi, come il deputato Alessandro Malan (contrario da sempre alla legge) si schiera a fianco della Corte e in sintonia con il Pdl, sostenendo che le norme in questione non erano l'unico modo di tutelare il friulano e che le sentenze vanno rispettate.



Premesso che c'è da concordare molto sullo sdegno espresso da molti degli intervistati dal quotidiano di sinistra per la vergognosa bocciatura della legge da parte della Consulta, mi vengono subito spontanee alcune domande.

1) Perché tanto sdegno, da parte di certi ambienti intellettuali e politici, per la bocciatura del Friulano a scuola e nessun sostegno (anzi, altrettando sdegno) per l'altra proposta di segno contrario di portare non solo il friulano ma anche le altre lingue regionali a scuola? Perché il Friulano sì e il Veneto o il Siciliano no? Perché questa sorta di razzismo che vuole premiare alcuni e punire altri? Forse che si ragiona ancora in base alle convenienze di bassa macelleria politica?

2) Perché si continua a perpetuare questa disinformazione inescusabile secondo cui le uniche lingue meritevoli di tutela sono le dodici contenute nella famigerata legge discriminatoria 482? C'è chi - davanti all'affronto della Consulta - propone di adire il Consiglio d'Europa. Ma si sa o no che il Consiglio d'Europa aveva previsto - nel 1981!!! - che venissero tutelati almeno anche il piemontese, il meneghino e il veneto accanto alle dodici lingue riconosciute da Roma con 18 anni di ritardo? (cfr documento Cirici Pelier 4745/81) Mala fede o ignoranza colpevole? O tutte e due?

3) Antonaz parla di "seri rischi di involuzione fascista". Ma si rende conto o no che non c'è praticamente mai stata una vera evoluzione dal fascismo linguistico (cit. Pasolini), tantomeno quando - governo D'Alema in carica, sostenuto dal Prc - fu votata una legge come la 482 che ha fatto strame dei diritti di milioni di locutori di LINGUE ( NON DIALETTI) diverse dall'italiano? Quel fascismo purtroppo - stampato a fuoco anche in certe dichiarazioni di opposizione alla proposta di lingue regionali a scuola - continua a imperare senza soluzione di continuità, in tutti gli schieramenti politici.

4) Perché allora nello stato italiano certa sinistra nel suo complesso (pur con lodevoli eccezioni) ancora non comprende che non è discriminando i diritti di qualcuno a scapito di altri, ma promuovendo quelli di tutti che si può far progredire la società verso il rispetto delle fondamentali aspirazioni dei popoli e degli individui?

Perché  - ad esempio - Rifondazione comunista vuole il friulano in Friuli e il sardo in Sardegna ma strilla di fronte all'idea di lingua veneta in Veneto o milanese a Milano? (diamo atto che almeno in Piemonte la legge dell'11 aprile sulla Lingua piemontese, che prevede il piemontese facoltativo a scuola, l'hanno votata tutti).

Quanto mi piacerebbe, una buona volta, che qualcuno rispondesse nel merito... (gmp)

venerdì, 29 maggio 2009

PIEMONTE / Borriana (Bi), oggi prende il via la 15A Festa dël Sol 'd ij Alp

Qui il programma completo della kermesse di lingua, musica, cucina, cultura e identità del Piemonte.


http://www.solalp.it/solalp/festa_09.htm


Una tra le più antiche tra le "nuove" feste dell'identità nazionale piemontese.

postato da: lingue.dialetti alle ore 14:43 | link | commenti
categorie: cultura, globalizzazione, dialetto, lingua, dialetti
giovedì, 28 maggio 2009

LINGUE LOCALI A SCUOLA \ Anche in Campania c'è chi non ha voglia di scherzare e non si fa troppi problemi...

tratto da www.ilsannioquotidiano.it


27 maggio 2008 - Ogni giorno nel mondo scompare qualche lingua perché muore l’ultimo parlante di quel linguaggio.

Non si è riusciti a preservare quei tanti saperi sparsi in tutto l’universo e così ad oggi le lingue scomparse sono migliaia.

Migliaia i dialetti parlati nella nazione italiana, di cui per mille motivi si sta perdendo l’abitudine all’uso: sempre più spesso termini dialettali vengono sostituiti con elementi dell’italiano o con parole straniere.

L’Istituto comprensivo “Eduardo De Filippo” di Morcone, in virtù di tale fenomeno, ha voluto programmare una cinque giorni dedicata proprio ai dialetti, portando in scena spettacoli teatrali in vernacolare.

La dirigente dell’Istituto, Giovanna Leggieri, si è prodigata di far partecipare a questa kermesse anche scuole di altri istituti della provincia di Benevento, come Cusano Mutri, Pontelandolfo, Circello, Santa Croce del Sannio, Colle Sannita, San Giorgio del Sannio e Morcone, la stessa città di Benevento (V e VI circolo) ma anche scuole di Napoli, Terzigno, Frattamaggiore, Gricignano d’Aversa.

La serie di appuntamenti è incominciata lunedì 25 maggio e proseguirà fino al 29, quando a chiudere il ciclo di manifestazioni vernacolari sarà Morcone, con uno spettacolo omaggio ad Eduardo De Filippo, grande commediografo vernacolare napoletano, cui è anche intitolato l’Istituto.

Ad aprire l’evento la scuola di Santa Croce del Sannio e nei giorni successivi l’esibizione delle scuole degli altri comuni menzionati.

“Vernacolando” è il nome dato a questa manifestazione.

I partecipanti saranno omaggiati con un piatto in ceramica di Cerreto Sannita riportante il pensiero di Eduardo De Filippo: “Il teatro è vita. La vita è teatro”.

Infatti, chi conosce profondamente la vita dei vicoli napoletani scopre spesso questo pensiero di De Filippo, quando si incontrano gruppi di persone che parlando e gesticolando danno l’idea di recitare.

Altro importante motivo di questa rassegna vernacolare è il voler comunicare, ai ragazzi delle scuole che partecipano alla kermesse, conoscenze sulla storia dei luoghi che visiteranno, come il Convento dei Frati Cappuccini di Morcone, che conserva una grossa testimonianza sulla presenza di San Pio Da Pietrelcina, ed il Santuario di Santa Lucia di Sassinoro con la sua storia plurimillenaria. Si potranno visitare anche gli agriturismi con i musei della civiltà contadina ad essi annessi, nonché scoprire l’esistenza di animali domestici, scomparsi in tanti casolari contadini ma ancora allevati da questi luoghi dove si conserva anche una parte della cultura contadina locale. In sintesi, il teatro vernacolare sarà il vettore trainante per scoprire anche tante bellezze e luoghi sconosciuti, che meritano di essere visitati.


A parte il poco corretto e molto antipatico termine ricorrente "vernacolo", utilizzato anche per il titolo dell'iniziativa, che dire d'altro? E' un'altra risposta intelligente, concreta e fattiva a quegli intellettualoidi schifiltosi e ai loro reggicoda che ancora oggi, nel 2009, sono rimasti fermi all'ideologia fascista del "guai al dialetto a scuola"... (gmp)

mercoledì, 27 maggio 2009

RASSEGNA STAMPA - FRIULI \ Come un bavaglio - La lingua e l'identità di un popolo

tratto da http://www.ilgiornaledelfriuli.net/


di GIANFRANCO D’ARONCO

La lingua è la carta d’identità di un popolo (non ricordo chi lo ha detto; forse io stesso e in tal caso me ne rallegro). Lo sanno bene i friulani, che hanno questo concetto nel sangue, anche se non sempre lo sanno esprimere. E lo sanno bene gli anti-friulani, che vogliono distruggere una realtà storico-culturale. Una ricchezza che suona diminuzione per quelli che il Manzoni chiamava «villani rinciviliti».

Ora l’eccelsa Corte costituzionale si attiene alle leggi, anzi le corregge se possibile. E non è detto che nel caso di una questione di lingue si debbano tener presenti le posizioni pressoché unanimi dei linguisti, dall’Ascoli (il “Galileo della glottologia italiana”) al Meyer-Lübke al Warthburg al Tagliavini al Héraud al De Mauro. I linguisti possono dire quello che vogliono e dimostrare che il friulano è una lingua neolatina come l’italiano, il francese, il provenzale, lo spagnolo, il portoghese, il rumeno. Lo insegnino pure all’università i professoroni di filologia romanza. Ma “ne supra crepidam sutor”.

Ci sono le leggi, c’è la Costituzione - dicono i politici, proprio loro - e si deve guardare solo a questo. Le leggi? C’è una legge regionale del 2007, votata a larga maggioranza sotto la presidenza Illy, dopo che questi aveva subito accolto una mia umile sollecitazione. Vi è una legge nazionale del 1999, con il riconoscimento delle lingue minoritarie da sostenere, tra cui il friulano. C’è la carta europea delle lingue regionali e minoritarie del 1992, cui si è attenuta gran parte degli Stati. Signor no. Il governo nazionale deceduto un anno fa - di centro-sinistra, presieduto da Prodi - aveva impugnato la legge (madrina la Lanzillotta, ministro per le Politiche regionali, si stenta a credere) emanata dal governo regionale pure di centro-sinistra, presieduto da Illy. L’unità della patria era in pericolo: decidesse la Corte costituzionale. La quale ha sentenziato ora che è tutto da rifare, massimamente per ciò che riguarda la scuola. (Bontà loro, la Regione, se vuole, può elargire contributi per singole iniziative: grazie per il buon cuore. Tanto più che i fondi stanziati dallo Stato per le lingue minoritarie della regione stessa sono passati, con moto uniformemente peggiorato, dai 4.547.524 del 2002, ai 452.602 del 2009, di cui per il friulano 300.672. Fine della parentesi). Vien da pensare che ci sia sotto una qualche forza occulta, superiore alle destre, alle sinistre e al centro. Sanno bene i friulani, e lo sanno gli anti-friulani, che una lingua si salva solo nelle scuole. Forse che non s’insegna l’italiano dalla scuola materna all’università per tutte le materie e in tutte le salse? Forse che l’italiano non occorre coltivarlo, tanto tutti lo sanno già? Chi vuole coltivi pure il friulano, si dice dai cittadini del mondo, ma “sot la nape”. A scuola neanche una misera ora la settimana, solo per chi vuole: ci mancherebbe altro. Meglio sarebbe il bavaglio, ripristinato da quando, ai tempi del littorio, erano esposti a Gorizia, a Trieste e a Bolzano cartelli con la scritta: “Qui è Italia, e si parla solo in italiano” e chi non si atteneva veniva preso a schiaffi.

Le lingue minoritarie (che qualche ostinato si ostina ostinatamente a chiamare dialetti) sono un che di superfluo. Meglio l’inglese, dicono. A parte il fatto che l’inglese lo si insegna già e il friulano no (salvo che per iniziativa di bravi presidi e di bravi docenti), di questo passo, a guardare solo alla pura pratica, anche l’italiano fra cento anni sarà considerato una lingua minoritaria, un impaccio nell’Europa e nel mondo globalizzato. E quindi adagio adagio sarà da rimuovere. Così un po’ per volta, almeno quanto a lingua e a cultura, saremo tutti una “gente unica”. Un bel servizio all’italiano da parte degli italianissimi.

Fa pena che la nostra Regione - dotata di autonomia speciale o particolare se preferite! - si conformi ai conformisti. Bando agli estremismi, è stato affermato da uno che ama gli equilibrismi. Già prima dell’odierna sentenza era stato detto che Trieste - oggi di centro-destra - si sarebbe adeguata agli eguagliatori e che in ogni caso sarebbe stato cambiato qualche articolo della legge contestata. L’obbedienza non è sempre una virtù. Ora la nostra autonomia può essere raffigurata non da un’aquila ad ali spiegate, ma da una gallina che piega il capo. Si sappia che a scuola non ha diritto di entrare neanche Pier Paolo Pasolini, che diceva: «Favelà furlan al è fevelà latin». Povero Pasolini e povero Lelo Cjanton, che ci ha lasciati l’altro giorno, uno degli ultimi poeti nostri. «E ora tracciate ferrovie, piantate pali di telegrafo, cacciate la lingua provenzale dalle scuole! La Provenza vivrà eternamente!». Questo scriveva Alphonse Daudet, devoto a Mistral, poeta in lingua minoritaria, premio Nobel 1904 per Mireio. Noi invece siamo dialettali: ci resta il linguaggio delle serve.


Scritto magistrale. Da studiare a memoria. E, soprattutto, da far studiare a memoria ai troppi che oggi - giorno in cui è entrata in Commissione cultura alla Camera la proposta di legge per lo studio delle lingue locali a scuola - non sanno nemmeno più come strepitare la loro fascistissima, acritica e orridamente livida opposizione all'Europa e ai diritti dei popoli. (gmp)

martedì, 26 maggio 2009

LINGUE LOCALI A SCUOLA / In Sicilia, intanto, senza leggi a favore e benpensanti dal ditino alzato contro...

tratto da http://www.siciliatoday.net


"Trimmisteri Amuri Miu": successo mondiale

di Salvo Emanuele

La Sicilia che vince, che dà una bella immagine di sé a tutto il resto del mondo; allontanando i soliti clichè ( perlopiù negativi) ed evidenziando storia, arte, cultura e tradizioni popolari dell’isola. Il volto bello e pulito della nostra terra esportato all’estero attraverso la voce, gli sguardi ed i gesti semplici e genuini dei bambini: il presente che canta e racconta il passato. Un’immagine che serve a non dimenticare le nostre origini, le nostre radici che in questo mondo ipertecnologico e per certi versi asettico sembrano quasi disperdersi in un anonimo dimenticatoio.



Il primo posto ottenuto dal Circolo didattico “Tersa di Calcutta” di Tremestieri Etneo, col brano “Trimmisteri Amuri Miu”, alla decima edizione del Global Education Festival, ovvero il più grande festival mondiale di creatività nella scuola, svoltosi al Teatro Centrale di Sanremo dal 18 al 22 marzo 2009, non è solo uno sparuto successo ristretto al solo comune etneo, ma coinvolge, inevitabilmente, anche tutta la Sicilia. Un brano, vincitore del premio “Delfino Rosa” per la sezione “Arte e Spettacolo” categoria scuole primarie, scritto e musicato dall’insegnate di lettere Maria Caruso, tremestierese doc, dal quale esala un forte senso di appartenenza verso la propria terra di origine.

“E’ stata un’esperienza molto forte ed emozionante – ha commentato la professoressa Maria Caruso – nella quale i “miei ragazzi”, pur essendo ancora in tenerissima età, hanno dato una grande prova di personalità e doti artistiche”.

Una vittoria che va oltre la “celebrazione sanremese” e la conquista del Delfino Rosa: “Il nostro obiettivo di fondo era la costruzione dell’identità personale. Io, in fondo ce l’ho, mentre i bambini non conoscono niente della loro città: trasmissione di colori e contenuti del proprio territorio”.

Grande merito, quindi, ai bambini: “ Sono stati bravissimi; partecipando a questa avventura con molto interesse ed entusiasmo. Io ho dato solo l’input iniziale e loro hanno trovato la strada giusta da seguire, camminando da soli con le loro idee e sensazioni. Sono tutti artisti!”

Un’esperienza, quella del Gef, che non è una novità per il “Teresa di Calcutta”: “Il nostro Circolo didattico aveva già vinto in passato questo premio, ma non nella sezione “Arte e Spettacolo”. Inoltre, è una novità assoluta per la musica dialettale; perché non tutti conoscono ed apprezzano il dialetto. Un canto che trasmette i sapori, le sensazioni, i ricordi di un paese dalla forte identità: ricco di tradizioni che, via via, vanno a morire”.

L’uso del dialetto siciliano attraverso lo studio dei canti popolari, un lavoro che va oltre le ore curriculari: “Parte delle ore del monte orario ministeriale viene indirizzato a delle attività strettamente legate al territorio; noi abbiamo scelto il dialetto attraverso la lettura di fiabe ( come Giufà), ricette e la stessa grammatica siciliana. Da due anni è attivo, nelle ore pomeridiane, un laboratorio musicale che, a differenza dei laboratori corali, che si limitano alla semplice educazione della voce, si occupa dello studio degli strumenti a scuotimento e della diatonica a fiato. Un laboratorio strumentale. L’anno prossimo ci auguriamo di poter iniziare lo studio della chitarra”.

Un percorso culturale ed educativo che continua: “ Mercoledì 27 maggio 2009 si concluderà, per questo anno scolastico, il laboratorio musicale. L’appuntamento è nel Salone tenda della scuola alle ore 17:45. Vi sarà la partecipazione delle autorità locali che hanno reso possibile la partecipazione al Gef 2009, appoggiando il nostro progetto con entusiasmo”.

Di seguito il testo vincitore del “Delfino Rosa” al Gef 2009 per la sezione “Arte e Spettacolo” categoria scuole primarie.



Trimmisteri Amuri Miu

U ciauru fotti di terra vagnata

I gran minicucca d’Ammaculata

Lu celu celesti

L’aranci e l’amuri

Di genti di cori

Ca criri o Signuri.

Si tu u me paisi

Fattu di casi

Di Chiesi e giaddini

E di vigni scippati

A ranni muntagna

Ni sta supra a testa

N’allinchi di cinniri

Ca pari timpesta

Rit. Si intra li me vini,

si intra lu me cori

Si tuttu la me casa

Di strati e di vaneddi

La Santa Matri Vergini

Di supra a scalunata

E Santa Barbiruzza

ni rununu n’ucchiata (2v.)

Tri ranni palmenti

Tri munasteri

Na Santa, Na Vergini

Na sula strata

Du’ rami intrizzati

U munti d’arreri

Paisi du’ cori, tu Trimmisteri

Parlato: Trimmisteri: iurnati di suli, nuttati di stiddi


Mentre la classe "colta" di certe aree dello Stato italiano, di fronte alla prospettiva della lingua locale a scuola si indigna, rabbrividisce, lancia anatemi con le bave alla bocca, si incespica nelle critiche senza argomenti, predica con l'indice alzato della mano destra tenendo contemporaneamente ben elevato anche il mignolino della sinistra, i siciliani - QUESTI siciliani davvero grandi - con la loro lingua a scuola malgrado l'assenza di leggi di tutela,  vincono. E non una garetta parrocchiale ma una manifestazione INTERNAZIONALE. Global - local, ancora una volta zero a dieci.  Applausi vivissimi a Tremestieri Etneo. Fischi a tutti quelli che - ovunque si trovino, qualunque carica o ruolo rivestano -  non hanno ancora capito nulla del valore di certe idee. E del coraggio di metterle in pratica. (gmp)

sabato, 23 maggio 2009

Lingue del territorio a scuola, nelle critiche quanto provincialismo!

Per una volta, mi cito da solo.

Articolo tratto da "La Padania" di oggi, sabato 23 maggio 2009

Lingue del territorio, nelle critiche quanto provincialismo

Lingue locali da reitrodurre in chiave moderna nella società a partire dalle scuole: finalmente se ne parla. La proposta di legge in materia, presentata dal capogruppo leghista a Palazzo Madama Federico Bricolo, e sostenuta dai ministri Umberto Bossi e Luca Zaia, sta iniziando a fare discutere.

Un dibattito che, c’era da aspettarselo, rivela quanto molto spesso su questo argomento l’ignoranza e il pregiudizio siano davvero abissali. L’idea di avviare l’insegnamento scolastico della “lingua propria” dei territori (questa definizione è tratta dagli Statuti delle comunità  autonome del Regno di Spagna, prime fra tutte Catalunya e Euskadi) nasce direttamente dalle raccomandazioni degli organismi internazionali, dal Consiglio d’Europa alla Ue all’Unesco, preoccupati per il genocidio linguistico in atto nel Pianeta. Si calcola infatti che ogni settimana nel mondo si estinguano due lingue.

Eppure, di fronte a riferimenti così alti e ai precisi impegni internazionali che l’Italia si è assunta con l’adesione alla Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, quasi sempre la critica è figlia soltanto dell’ignoranza e del luogo comune più trito. Spesso si vorrebbe sostenere l’inutilità della  lingua regionale, al tempo stesso sottolineando la necessità di imparare l’inglese. Ma entrambi gli idiomi vanno conosciuti. L’inglese per parlare con il mondo, la lingua della nostra comunità per tornare a parlare con noi stessi. Un perfetto antidoto alla globalizzazione e all’appiattimento planetario senz’anima che vorrebbe trasformare l’umanità in un semplice “mercato globale” da conquistare.

Si sostiene poi che - per esempio per il Veneto, ma questo vale per tutte le lingue “proprie” delle comunità locali - non esista “una” lingua veneta ma tante... A parte che nemmeno dell’inglese esiste una sola versione  ma tantissime, l’intenzione dichiarata in questa proposta di legge, prima ancora di ipotizzare la compilazione di una lingua regionale unitaria per gli usi burocratici, è proprio quella di valorizzare le varianti locali effettivamente parlate. Non mancano i casi di riferimento: dal Galles alla Catalunya, dalla Bretagna ai Paesi baschi. Senza dimenticare le esperienze pilota di Friulano e Sardo, con il pieno rispetto delle varianti locali. Ecco così tacitati quanti gridano all’ “uccisione” dei dialetti, non accorgendosi che i “dialetti” di campanile sono uccisi quotidianamente proprio dalla mancanza di una loro lingua ufficiale di riferimento. Oltre che, naturalmente, dall’uso dilagante dell’orrido italiano televisivo.

Altro luogo comune duro da sfatare, è che i “dialetti” siano lingue soltanto orali. Non è assolutamente vero. Molte lingue regionali (si pensi, solo per esempio, al Piemontese, al Veneto, al Siciliano, al Napoletano, al Milanese) vantano una letteratura di prestigio - non cioè di circostanza o di carattere subalterno - estesa per molti secoli. Perfetta materia per un insegnamento scolastico anche di livello elevato.

Torna alla luce poi la solita questione dell’ipotetica “rozzezza” della lingua locale, così come la paura di “folklorizzare” la cultura del territorio. Un pregiudizio anch’esso figlio della politica di assimilazione e di sradicamento linguistico attuata ad ogni latitudine da ogni regime centralistico. Compito di tutti, oggi, è però quello tornare a riempire di contenuti moderni i lessici “regionali e minoritari”, così come avviene in tutte le minoranze d’Europa. D’altra parte, il pregiudizio si è alimentato anche a causa di una caratteristica del primo “revival” delle lingue locali, arrivato a cavallo tra gli Anni ’60 e ’70: chi in quel periodo sosteneva la lingua locale, agiva secondo lo schema classista. Riteneva infatti, seguendo i canoni dell’ideologia allora imperante, che l’idioma del territorio fosse essenzialmente una caratteristica delle classi più subalterne. Nulla di più falso: in realtà si tratta di “lingue di popolo”, parlate - ieri come oggi - da persone appartenenti ai ceti sociali più vari.

A equivoci chiariti, la battaglia ora può iniziare. E a vincerla, ancora una volta, saranno i popoli che non accettano di svanire di fronte all’indifferenza.

venerdì, 22 maggio 2009

Lingue locali nella scuola dell'obbligo. Il testo integrale della proposta di legge della Lega Nord a firma Bricolo e altri

Ieri il capogruppo della Lega in Senato, Federico Bricolo, ha presentato un progetto di legge davvero  "magistrale" - mi si perdoni il bisticcio -  per l'insegnamento nella scuola dell'obbligo delle lingue e dialetti delle comunità territoriali e regionali. Qui il testo integrale. Sono più che benvenuti i vostri commenti.


PROPOSTA DI LEGGE


 


d'iniziativa dei senatori


 



BRICOLO Federico


ed altri




"Disposizioni per l'insegnamento nella scuola dell'obbligo delle lingue e dialetti delle comunità territoriali e regionali"


RELAZIONE INTRODUTTIVA


 La «Carta europea delle lingue regionali o minoritarie», sottoscritta dal Consiglio d'Europa a Strasburgo il 5 novembre 1992, riconosce «il diritto imprescrittibile delle popolazioni ad esprimersi nelle loro lingue regionali o minoritarie nell’ambito della loro vita privata e sociale». Ne consegue che «la difesa e il rafforzamento delle lingue regionali o minoritarie nei vari paesi e nelle varie regioni d’Europa, rappresentano un contributo importante all’edificazione di un’Europa basata sui princìpi di democrazia e di diversità culturale».


Tale fondamentale principio è stato confermato il 13 dicembre 2001, quando, alla fine dell’anno europeo delle lingue, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui si raccomandava di adottare misure atte a promuovere le diversità linguistiche presenti nell’Unione.


L’importanza del riconoscimento e della tutela delle differenze linguistiche quale contributo alla costituzione di una Unione europea realmente rappresentativa delle identità e della storia dei popoli che la compongono rappresenta un punto di partenza irrinunciabile per la valorizzazione, anche a livello nazionale, dei diversi idiomi e dialetti che costituiscono lo scenario culturale e sociale del Paese.


Lo strumento essenziale per la valorizzazione di tale tessuto linguistico e culturale risiede nell'insegnamento, fin dalla scuola dell'infanzia, delle lingue e dialetti che ne costituiscono il fondamento. E', infatti, attraverso l'apprendimento nell'età scolare che le lingue ed i dialetti possono continuare a svolgere la loro funzione di "collante" dei popoli, veicolando la diffusione ed il consolidamento delle tradizioni e della cultura di riferimento. In questa direzione, il ruolo della scuola è quella di integrare e sostenere l'utilizzo quotidiano di tali lingue e dialetti, che fino ad oggi sono sopravvissuti solo grazie alla capacità delle famiglie di tramandarne di generazione in generazione i valori e le tradizioni.


Lo Stato italiano, con la legge 15 dicembre 1999, n. 482, «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche», ha riconosciuto dodici lingue da tutelare e valorizzare (la lingua delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo), escludendo però irragionevolmente alcuni idiomi che invece rappresentano una fondamentale risorsa identitaria per le comunità territoriali di riferimento. Anche i dialetti peraltro, pur nel loro rilievo localistico, rappresentano una risorsa fondamentale per riscoprire quelle radici comuni che costituiscono l'autentico fondamento della cultura europea.


Tra le lingue irragionevolmente escluse compaiono sicuramente la lingua veneta e la lingua piemontese, ad oggi ancora usate da alcuni milioni di parlanti in diversi Stati. In entrambi i casi, si tratta di idiomi che hanno rivestito un’importanza strategica in ambito culturale e che vantano un’autonoma produzione letteraria.


Per questo motivo, la presente proposta di legge intende includere il veneto e il piemontese tra le lingue tutelate dalla Repubblica ai sensi della richiamata legge n. 482 del 1999.


Indipendentemente da tale riconoscimento per legge, si ritiene opportuno superare la disparità tra i diversi idiomi parlati a livello territoriale, rendendo obbligatorio, per tutte le lingue ed i dialetti che costituiscono il nostro patrimonio linguistico territoriale, l'insegnamento nelle scuole dell'obbligo.


Coerentemente con tale obiettivo, l'articolo 1 definisce le finalità della presente proposta di legge, specificando che l'apprendimento delle lingue e dei dialetti e regionali rappresenta il veicolo privilegiato per conoscere, tutelare e diffondere la storia, le tradizioni, la cultura delle diverse comunità territoriali.


A tal fine, l'articolo 2 prevede che il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca integri i curricula scolastici, inserendo come obbligatorio l'insegnamento delle lingue e dialetti individuati ai sensi dell'articolo 4.


L'articolo 3 definisce le iniziative che ciascuna istituzione scolastica, nell'ambito dell'autonomia dell'offerta formativa, è chiamata a promuovere al fine di favorire l'apprendimento e la diffusione delle lingue e dei dialetti territoriali.


L'articolo 4 affida al Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, d'intesa con ciascuna Regione, il compito di individuare le lingue o dialetti da inserire come insegnamento obbligatorio nei curricula delle istituzioni scolastiche, definendone l'ambito di applicazione territoriale.


L'articolo 5 provvede al riconoscimento del veneto e del piemontese come lingue riconosciute e tutelate dalla Repubblica ai sensi della legge n. 482 del 1999.


L'articolo 6 estende anche ai dialetti non riconosciuti come lingua minoritaria le disposizioni della legge n. 482 del 1999 relative: all'uso dell'idioma nell'educazione linguistica delle scuole materne comunali; allo svolgimento delle attività di insegnamento dell'idioma nelle istituzioni scolastiche elementari e secondarie di primo grado e alla realizzazione degli ampliamenti dell'offerta formativa in favore degli adulti; alla realizzazione di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue da parte del Ministero dell'istruzione; alla promozione della ricerca scientifica e delle attività culturali e formative a sostegno della diffusione delle lingue nelle Università.


L'articolo 7 precisa che le istituzioni scolastiche provvedono alla realizzazione delle funzioni ad esse attribuite dalla presente proposta di legge nell'ambito delle risorse umane a disposizione e della dotazione finanziaria loro annualmente assegnata.


Ai sensi dell'articolo 8, gli oneri derivanti dall'attuazione della presente iniziativa legislativa, stimati nel limite massimo di 70 milioni euro annui, sono finanziati a valere sul Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi.


 PROPOSTA DI LEGGE


 


 Art. 1 (Finalità)


Al fine di rendere effettivo il diritto imprescrittibile delle popolazioni ad esprimersi nelle loro lingue regionali o minoritarie nell’ambito della loro vita privata e sociale sancito nella "Carta europea delle lingue regionali o minoritarie", sottoscritta dal Consiglio d'Europa il 5 novembre 1992, e di promuovere il patrimonio storico-culturale di cui le lingue ed i dialetti sono espressione, la presente legge intende promuovere l'apprendimento delle lingue e dei dialetti come veicolo privilegiato per conoscere, tutelare e diffondere la storia, le tradizioni, la cultura delle comunità territoriali.


 


Art. 2 (Integrazione dei curricula scolastici)


 



  1. A decorrere dall'anno scolastico 2009 – 2010,  il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, in sede di definizione dei curricola delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, prevede l’introduzione, con modalità differenziata per i diversi tipi e indirizzi di studio, dell'insegnamento obbligatorio delle lingue e dei dialetti regionali di cui all'articolo 4.


 


Art. 3 (Adeguamento dei Piani di studio delle istituzioni scolastiche)


 



  1. Nell’ambito dell’autonomia dell’offerta formativa, le istituzioni scolastiche, in conformità a quanto previsto all’articolo 2, attuano Piani di studio personalizzati, singolarmente o in forma associata, provvedendo all’integrazione dei testi scolastici, con specifiche Unità didattiche dedicate allo studio della lingua o del dialetto di ciascun territorio, come individuati ai sensi dell'articolo 4, al fine di promuovere una formazione integrata alla conoscenza delle tradizioni storiche, etniche, folcloriche, artistiche, artigianali delle singole comunità territoriali di appartenenza.

  2. Nell'esercizio dell'autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo, di cui all’ articolo 21, comma 10 della Legge 15 marzo 1997, n. 59, le istituzioni scolastiche perseguono attività di formazione e aggiornamento degli insegnanti addetti alla medesima disciplina, e integrano l'insegnamento di cui al comma 2 del presente articolo, con ulteriori attività nell'ambito della quota curricolare loro riservata , adottando iniziative per la ricerca laboratoriale in ambienti ipermediali, per la produzione di azioni teatrali, anche in dialetto, di  mostre documentali, di convegni, e di pubblicazione di monografie.


 


Art. 4 (Lingue e dialetti)


 



  1. Ai fini di cui alla presente legge, si definiscono:


a)      lingue: le lingue di cui all'articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482


b)      dialetti: gli idiomi che, indipendentemente dal riconoscimento di cui alla citata legge 15 dicembre 1999, n. 482, siano parlati dalle comunità locali residenti nei territori regionali.



  1. Il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, ai fini dell'integrazione dei curricula ai sensi dell'articolo 2, stipula con ciascuna Regione apposita intesa per l'individuazione delle lingue o dialetti da inserire come insegnamento obbligatorio nei curricula delle istituzioni scolastiche di competenza, definendone anche il relativo ambito territoriale di applicazione.


Art. 5 (Modifiche alla legge 15 dicembre 1999, n. 482)


 


1. All’articolo 2, comma 1, della legge 15 dicembre 1999, n. 482, dopo le parole: «il friuliano» sono inserite le seguenti: «, il veneto, il piemontese,».


 


Art. 6 (Ulteriori iniziative per promuovere lo studio delle lingue e dei dialetti))


 



  1. Le disposizioni di cui agli articoli 4, 5 e 6 della legge 15 dicembre 1999, n. 482 si applicano anche ai dialetti, come definiti dall'articolo 4, comma 1, lett. b).


 


Art. 7 (Finanziamento delle iniziative)


 



  1. Le iniziative previste dai commi 2 e 3 dell’articolo 3 della presente legge sono realizzate dalle medesime istituzioni scolastiche avvalendosi delle risorse umane a disposizione, della dotazione finanziaria attribuita ai sensi dell'articolo 21, comma 5, della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni, nonché delle risorse aggiuntive reperibili con convenzioni con soggetti privati e pubblici, enti locali, province, regioni, fondazioni, e associazioni senza scopo di lucro.

  2.  Nella ripartizione delle risorse di cui al citato comma 5 dell'articolo 21 della legge 15 marzo  1997, n. 59,  si tiene conto delle iniziative  di cui al  comma 1 del presente articolo.


 


Art. 8 (Copertura finanziaria)


 


1. Agli oneri derivati dall’attuazione della presente legge, nel limite massimo di 70 milioni di euro annui, si provvede a decorrere dall’anno 2009 mediante corrispondente riduzione del Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi di cui all'articolo 4 della legge 18 dicembre 1997, n. 440.

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mercoledì, 20 maggio 2009

La rivoluzionaria proposta dei ministri Bossi e Zaia: lingue regionali obbligatorie nelle classi scolastiche. Era ora (2)

Il sito www.tuttoscuola.com riporta la definizione di veneto di Wikipedia:


Il veneto. Lingua, non dialetto

Il veneto (nome nativo vèneto) è una lingua romanza usata da alcuni milioni di parlanti in sei stati diversi. Circa la metà dei parlanti si trova in Italia nella "Terraferma" della ex-Repubblica di Venezia e principalmente nella regione del Veneto, ma anche in Trentino e Friuli-Venezia Giulia. La metà rimanente si trova all'estero, principalmente in Istria, con comunità minori in Dalmazia, Romania, Brasile, Messico e in varie altre località oggetto di emigrazione.

È tutelata come lingua dalla Regione Veneto (che pure ne riconosce il carattere composito) ma non dallo Stato italiano, che non la annovera tra le minoranze linguistiche, pur essendo compresa fra le lingue minoritarie dall'UNESCO.

La lingua veneta potrebbe essere ritenuta una lingua regionale o minoritaria ai sensi della Carta europea per le lingue regionali e minoritarie, che all'art. 1 afferma che per "lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue ... che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato". Bisogna ricordare che in Europa varianti della lingua veneta sono attualmente parlate, oltre che in Italia, anche in Slovenia, Croazia, Montenegro, Grecia e Romania.

(da Wikipedia - enciclopedia on line)


Definizione più che corretta.


Sempre da www.tuttoscuola.com:



200 dialetti e centinaia di varianti locali: se e come insegnarli

La proposta insistita del ministro Zaia di introdurre l'insegnamento obbligatorio del dialetto veneto nelle scuola sembra che faccia più sorridere che discutere.

Il ministro Gelmini ha preso garbatamente le distanze facendo capire che per il momento (e forse per molto tempo ancora) ci sono cose più importanti da insegnare.

Zaia non si è accontentato della non risposta della collega dell'Istruzione e ha continuato a insistere sulla proposta dell'insegnamento del veneto, parlato dal 70% della popolazione veneta e dagli stranieri presenti. Ha scomodato anche la Chiesa cattolica che, a suo dire, vedrebbe i parroci  favorevole alla proposta.

La regione Veneto a suo tempo ha riconosciuto quel dialetto come lingua, ma non ha trovato attenzione da parte dello Stato italiano.

Se, comunque, qualcuno vorrà farsi carico della proposta, dovrà tener conto che, oltre al veneto, in Italia ci sono circa 200 altri dialetti parlati più o meno diffusamente.

Localmente i dialetti (qualcuno ha provato a censirli e ne ha contati 197) hanno spesso molte varianti mai censite che sono certamente dell'ordine di centinaia e centinaia.

Se venisse accolta la proposta per insegnare il veneto, non si capisce perché non possano essere insegnati localmente tanti altri dialetti.

L'Italia riconosce le minoranze linguistiche (legge 482/1999) e per esse è previsto un apposito spazio negli insegnamenti delle specifiche località. Per il Veneto no.

Se si volesse insistere sulla proposta, in assenza di leggi apposite, l'unico spazio utilizzabile nella attuale normativa è la quota di curricolo (5%?) nelle scuole del primo ciclo rimesse alla Regioni.



Anche qui, sostanzialmente tutto corretto. Fuorché, forse, quella cifra (197) relativa ai "dialetti" parlati in Italia... Una cifra davvero con poco significato. L'unico strumento per tentare di "risolvere" il problema della frammentazione delle lingue proprie  è però il ricorso alla categoria di "Lingua regionale", che nasce a cavallo tra tipologia e considerazioni di ordine politico-sociali. Sardegna e Friuli, in questo, sono all'avanguardia. Ma anche le normative regionali di Piemonte e Veneto sono sulla stessa strada. Fermo restando il rispetto per le singole varianti, oggetto di insegnamento nei singoli ambiti di pertinenza, l'inquadramento dei "dialetti" non può quindi prescindere dal loro raggruppamento in "lingue regionali". Anche per poter arrivare all'applicazione della Carta europea che tratta - appunto - delle Lingue regionali o minoritarie. Incommentabile, peraltro, la posizione del ministro Gelmini, al quale ha risposto poco fa ancora il ministro Zaia parlando all'agenzia Asca, introducendo un passo ancora in avanti: la necessità di inserire il Veneto nella legge 482/99:


SCUOLA: ZAIA, DIALETTO VENETO DA RICONOSCERE PER LEGGE E INSEGNARE

(ASCA) - Treviso, 20 mag - ''E' venuto il momento di inserire il dialetto veneto tra le lingue cosiddette minori (maggioritaria, invece, nel Veneto) protette e valorizzate dalla legge nazionale 482''. Lo dichiara all'Asca il ministro veneto Luca Zaia, patrocinando la causa della valorizzazione del dialetto veneto, fino all'insegnamento a scuola, perche' - spiega - ''lo parlano 7 veneti su 10, i quali anche pensano in veneto''. ''Non capisco perche' il nostro dialetto, che io preferisco chiamare lingua, debba avere minore dignita' del ladino e del cimbro, riconosciute dallo Stato e dalla Regione come lingue minoritarie, o del friulano piuttosto che del sardo''. Il ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, ha dichiarato di riconoscere l'impoertanza del dialetto ma che non puo' essere insegnato come materia scolastica, alla pari delle altre. ''Non voglio fare polemica con il ministro - risponde Zaia -, ma dimostra che non conosce la realta' della nostra lingua. Ben volentieri, se e' disponibile, l'accompagno per le strade di qualche paese del Veneto per capire come il dialetto e' radicato e parlato, perfino dalla stragranded maggioranza degli immigrati''.



Naturalmente, non c'è soltanto la lingua veneta che attende il riconoscimento. Ma anche il Piemontese - in prima fila in quanto anch'esso già riconosciuto "lingua" dalla Regione - e tutte le altre lingue regionali che vogliano riconoscere se stesse come tali. Quanti passi in avanti nel nostro dibattito, con queste prese di posizione! (gmp)

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La rivoluzionaria proposta dei ministri Bossi e Zaia: lingue regionali obbligatorie nelle classi scolastiche. Era ora (1)

Ecco una rassegna stampa di alcuni articoli apparsi in rete in merito alla notizia più rivoluzionaria apparsa negli ultimi anni in merito alla questione delle "lingue proprie": due ministri in carica dello Stato italiano, Umberto Bossi e Luca Zaia, propongono l'insegnamento obbligatorio delle Lingue regionali e dei dialetti.

Tratto da www.eurolaurea.com

Il dialetto a scuola come materia obbligatoria. Questa la proposta dei leader della Lega Nord che propongono di inserire il dialetto come materia scolastica in Veneto. La proposta viene dalla considerazione che il dialetto in Veneto sia parlato da 7 residenti su 10 e che sia la lingua degli stessi immigrati che molto spesso non conoscono nemmeno l'italiano. Per la stessa ragione si chiede inoltre il bilinguismo come avviene in Trentino e in Friuli. Partire dal dialetto come materia scolastica è necessario secondo la Lega per attestare le radici culturali di un popolo ed evitare che il dialetto, resti una lingua viva.

In questo caso ci si è limitati a riportare la notizia, riferita genericamente ai "leader della Lega Nord". Anche il segretario federale Umberto Bossi, pochi giorni fa, a Vittorio Veneto, ha infatti lanciato l'idea di riportare a scuola le lingue locali.

articolo tratto dal sito dell'agenzia Asca, www.asca.it

(ASCA) - Treviso, 16 mag - ''L'insegnamento della lingua madre, nel caso del Veneto del dialetto, e' una necessita' e, pertanto, dev'essere reso obbligatorio a scuola''. Lo afferma il ministro Luca Zaia, rilanciando quanto affermato ieri dal leader del Carroccio, Umberto Bossi. ''Sono ben 7 su 10 i residenti in regione che parlano il dialetto veneto, pertanto la difesa di questa lingua - specifica Zaia - rientra nella salvaguardia e nella promozione dell'identita' che, nel nostro caso, significa anche la difesa dell'identita' religiosa. Di questo dovrebbero occuparsi le autorita' religiose, anziche' inseguire la tutela dei clandestini, magari di religione non cattolica''.

Anche in questo caso, notizia pura.


articolo tratto da http://espresso.repubblica.it

La Repubblica / Il Mattino di Padova

Zaia: dialetto obbligatorio nelle scuole

«La Lega ci crede, lo faremo / E’ la seconda lingua anche degli immigrati»

TREVISO. Bilinguismo nella Marca. «La scuola insegni il dialetto». Parola di Umberto Bossi, nella sua recente tappa a Vittorio Veneto. Il ministro delle politiche agricole Luca Zaia rilancia: «La Lega lo farà riconoscere nella legge sulle lingue e ne chiederà l’insegnamento obbligatorio, perché lo parlano 7 residenti in regione su 10 ed è la prima lingua, dopo quella materna, degli immigrati». Replica Diego Bottacin del Pd: «Sì all’uso del dialetto, ma no all’insegnamento obbligatorio a scuola».

Ore 8, lezione di dialetto. Ore 9, la storia della Serenissima. E dopo un’ora di matematica, che non può essere veneta, ecco, alle 11, un’ora di geografia: i paesaggi di Andrea Zanzotto. Alle 12 L’italiano. Al ministro Luca Zaia non dispiacerebbe una mattinata di scuola così programmata. «L’insegnamento del dialetto a scuola è una necessità», afferma. Lo ha detto, per la verità, anche Umberto Bossi fermandosi, l’altra sera, a Vittorio. «La lingua veneta la parlano 7 residenti su 10 ed è il primo idioma, dopo la loro lingua, utilizzato dagli immigrati, che neppure conoscono l’italiano», insiste Zaia, convinto che anche in provincia di Treviso e in Veneto debba essere introdotto il bilinguismo, come accade in Alto Adige o nel vicino Friuli. Bilinguismo che comporta, appunto, l’obbligatorietà («che non significa coercizione») dell’insegnamento e apre la strada per l’uso del dialetto perfino negli atti pubblici. E nella toponomastica (i cartelli stradali, ad esempio). Zaia parla spesso in dialetto. A suo avviso lo si dovrebbe poter fare anche nei consessi istituzionali, a cominciare dai consigli comunali. E - perché no? - anche la Chiesa dovrebbe celebrare in veneto, come in diocesi di Pordenone e, più ancora in quella di Udine, accade con il friulano. «La lingua materna è il primo dato dell’identità personale e comunitaria. Se vogliamo tutelare e valorizzare un popolo, con il patrimonio di cultura, di storia, di tradizione, di dna religioso che lo contraddistingue, dobbiamo passare - insiste Zaia - anzitutto per la riscoperta, la tutela, la promozione della lingua. Esattamente come fanno in Catalogna. E’ anche questo, se vogliamo, un fattore di sicurezza». Da qui la decisione della lega di aggiornare la legge 482 sulle lingue minoritarie, per inserirvi anche il dialetto veneto («adesso siamo al governo e possiamo farcela»). E’ peraltro già operativa da un anno la legge regionale sull’identità veneta. L’ha votata anche il Pd, oltre al Centrodestra. E il promotore è stato il consigliere trevigiano Diego Bottacin. «Una cultura è viva, insieme alla sua storia, se è viva la lingua. E il dialetto è vivo soltanto se lo si parla. Ma da qui a sostenere che vi deve essere l’insegnamento obbligatorio a scuola proprio no - mette le mani avanti Bottacin -. C’è infatti chi potrebbe non essere assolutamente interessato ad apprendere il dialetto. E’ invece necessario che a scuola si trovi il modo, dalle elementari alle medie, ma direi anche alle superiori, di conoscere la storia, la cultura e le tradizioni della terra in cui si abita». L’esponente del partito democratico pone, comunque, delle condizioni. «Bisogna assolutamente evitare il folclore. Tanto più occorre prestare la massima attenzione perché questo passaggio non conduca alla mera conservazione, ampiamente intesa, compresa la dimensione politica». Tra l’altro non è indifferente il problema di quale idioma usare qualora diventasse obbligatorio il dialetto a scuola. A Treviso e nella Destra Piave l’intercalare non è quello della sinistra Piave, ovvero della cosiddetta «razza Piave». A Mogliano prende il sopravvento, talvolta, il veneziano, lungo la Pedemontana addirittura il Bellunese. «E’ ovvio che non possiamo immiserirci in queste diatribe - taglia corto il ministro -. L’importante è riappropriarci della nostra lingua. Poi ogni comunità si comporterà come meglio riterrà opportuno».

A parte qualche facile e del tutto infondata ironia del giornalista ("la matematica non può essere veneta", come se invece non potesse essere INSEGNATA in lingua veneta, così come in Catalunya viene insegnata veicolarmente in catalano...), il pezzo - a parte l'allegro ma purtroppo consueto utilizzo della parola "dialetto" anziché "lingua" parlando della lingua regionale veneta - riflette abbastanza bene le motivazioni di un impegno come il nostro, finalmente fatte proprie anche da esponenti dell'Esecutivo italiano. Interessante anche l'opinione di Bottacin che però si scontra con la logica (e con i trattati internazionali) quando afferma che "c'è chi potrebbe non essere assolutamente interessato ad apprendere il dialetto". Se è per quello, c'è anche chi potrebbe non essere assolutamente interessato ad apprendere la musica, la biologia o la matematica... o anche l'italiano. Ma compito della scuola è quello di predisporre un curriculum ritenuto fondamentale ed uguale per tutti, qualunque sia la loro origine o provenienza. E le istituzioni internazionali parlano chiaro... Ottimo invece, nelle parole di Bottacin, l'invito a rifuggire dal folklorismo. Che è la morte di un'identità.

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martedì, 12 maggio 2009

ROMAGNA / Cervia, sabato 16 maggio visite guidate in lingua romagnola al museo del sale

(tratto da www.romagnaoggi.it)

CERVIA (Ra) - Dopo il successo della prima esperienza di visite guidate in dialetto romagnolo MUSA si prepara al secondo incontro che si svolgerà il 16 maggio alle ore 17.00

Con queste iniziative il museo del sale di Cervia vuole contribuire con un piccolo intervento a mantenere viva la lingua locale che nel passato era più usata dell'Italiano e che oggi invece purtroppo i giovani faticano a conoscere. Il dialetto, al pari di una lingua a sé ha infatti dato vita ad una vera e propria tradizione letteraria che affonda le radici nel passato, fin dal 1500 con sonetti, commedie, poemi e poesie. Ancora oggi la lingua viene mantenuta in vita da associazioni di amatori, poeti e letterati che continuano a scrivere in dialetto come il nostro Tomino Baldassari o il conosciutissimo Tonino Guerra Numerosissime inoltre sono le commedie in dialetto che probabilmente danno un forte contributo alla conservazione e alla diffusione dei dialetti

Le visite guidate al museo del sale in dialetto romagnolo offrono una opportunità culturale interessante ma al tempo stesso rappresentano un momento giocoso di aggregazione, utile anche per rinfrescare la nostra memoria su una vera e propria lingua con regole sue ma soprattutto con termini che in alcuni casi difficilmente possono essere "tradotti " nella lingua italiana senza perdere la completezza del significato dialettale . L'iniziativa ci riporta indietro nel tempo e ci fa rivivere un suggestivo passato visitando il museo mentre si ascolta il racconto dei salinari nella atmosfera affascinante di un idioma originale e particolarmente espressivo. Si tratta di una lingua peraltro che varia nella distanza di pochi chilometri con piccole o grandi differenze sia di accenti che di termini.  Chi vuole quindi può anche "confrontare" le particolarità dei dialetti delle aree limitrofe.

Gli appuntamenti sono per il 16 maggio alle ore 17.00 e il 13 giugno alle ore 21.00 a MUSA. E' necessaria, per ragioni organizzative, la prenotazione al 338 9507741 ( costo 2 € a persona)

U s'fa un zir a ‘vdé e' Museo de' Sèl ad Zìria. Un salinèr ad chi bun, u v'cuntarà un pô ‘d stôria dal salêni e dla nosta zitè.

Tnìv int la mênt che us scór sól e' dialét rumagnól!

Par andèi bsogna sgnès prema, e ciamè e' nómar 338 9507741.

postato da: lingue.dialetti alle ore 16:16 | link | commenti (3)
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