Lingue & Dialetti - Notizie e commenti

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Mi chiamo Gioann March Pòlli, (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista e animatore culturale. Conduco in prima persona, sia con la professione che con il mio impegno volontaristico, una battaglia a favore delle lingue regionali e minoritarie. Insomma, perché vengano riconosicuti i diritti di ogni popolo del mondo a poterle parlare, insegnare, trasmettere in ogni ambito sociale, politico e civile, indipendentemente dallo Stato di appartenenza e dal suo tasso di "democrazia" interna. In particolare, lavoro perché sia preservata, insegnata, diffusa e rilanciata anche e soprattutto nelle scuole la Lingua piemontese, con tutti i suoi dialetti e varianti locali. Il Piemonte è infatti mia terra di origine e "patria cita" (quella "granda" è il mondo intero, e non ne riconosco altre). Sono in onda due volte alla settimana, il martedì dalle ore 14,20 alle 15.00 e il venerdì dalle ore 14,00 alle 15.00 sulle frequenze di Radio Padania Libera. Ma la mia trasmissione, che si intitola proprio "Lingue e dialetti", benché in onda su un'emittente vicina a un partito politico si rivolge a chiunque, indipendentemente dall'opinione o dall'appartenenza politica. La salvaguardia delle culture umane è fondamentale nella battaglia contro l'appiattimento, l'omologazione e la globalizzazione ed è a beneficio di tutti, a prescindere da qualunque steccato ideologico, culturale, etnico o geografico.

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sabato, 20 dicembre 2008

SICILIA / Catania, torna in scena Pipino il Breve, musical di Tony Cucchiara in lingua siciliana

articolo tratto da http://espresso.repubblica.it/


Da Agrigento a Broadway: storia del pioniere folk che ha esportato dialetto e tradizioni

Tony Cucchiara

La Sicilia da musical


Mario Di Caro

Ha rimesso in scena il suo "Pipino il Breve" cavallo di battaglia dal ´78

"Per fare un lavoro originale bisogna attingere alle proprie radici".

Quando il boom della sicilianità era ancora lontano, c´era un cantante folk che provò a travasare gli umori della canzone dialettale sul palcoscenico di un allestimento teatrale. Molti anni prima di Camilleri, insomma, e dei suoi dialettalismi che hanno unito l´Italia meglio di un Risorgimento, c´era un picciottazzo, giusto per restare in tema, che fece fortuna con la sua lingua sperimentando il musical alla siciliana. Era il 1972 quando debuttò "Caino e Abele", e sei anni più tardi, toccò al fortunatissimo "Pipino il Breve" il ruolo del siciliano conquistatore, in Italia e all´estero, prima di Franco Battiato, prima di Carmen Consoli, prima di Roy Paci, e di questa splendida primavera della sicilianità, musicale, teatrale e letteraria.

Sono passati trent´anni e "Pipino il Breve" di Tony Cucchiara è ancora lì, in scena allo Stabile di Catania per festeggiare il proprio anniversario e il mezzo secolo del teatro etneo. E il suo autore, Cucchiara, (classe 1937, agrigentino, citato nella "Enciclopedia della canzone italiana" a cura di Gino Castaldo), è ancora qui a raccontare la sua storia di pioniere folksinger, di uno che quando ha cominciato, erano gli anni Cinquanta-Sessanta, il dialetto siciliano era roba per turisti ed antropologi, almeno nei circuiti ufficiali dello spettacolo, e che grazie al dialetto siciliano del suo "Pipino" è finito nel tempio di Broadway.

Una storia iniziata come tante, quella cioè di un siciliano che lascia la sua isola per andare a Milano, e che si incrocia con quella di altri siciliani illustri: Pippo Baudo innanzitutto, che Cucchiara incontrò nel 1960, ma anche Turi Ferro, mattatore del programma radiofonico "Il fico d´India", pietra miliare in quegli anni di apparecchi a transistor, di cui l´allora cantautore era ospite fisso, e Renzino Barbera, che partecipa al testo di "Pipino il Breve". Fa effetto pensare che in quell´Italia in bianco e nero votata a Mike Bongiorno e tutt´al più a Franco e Ciccio, Cucchiara possa aver cominciato a entrare nel mondo dorato dello spettacolo partecipando alla colonna sonora di un film, "L´amore difficile", con un brano intitolato "Cantu d´amuri", usando come arma il suo dialetto, insomma, che allora dallo Stretto in su era considerato poco meno di una lingua straniera.

«Io ho sempre precorso i tempi - attacca Cucchiara con il tono di uno che ha scalato una montagna e che ora si gode il respiro della vetta - All´inizio facevo un folk regionale, poi mi sono cimentato con il folk internazionale, quello di Joan Baez, per esempio, o di Pete Seeger. Ho fatto un Lp traducendo le canzoni americane. Poi ho fatto "Canzonissima", il "Cantagiro", "Un disco per l´estate" fino ad arrivare a "Caino e Abele", che è stato il primo musical in Italia, in assoluto. Una cosa diversa rispetto alla commedia musicale di Garinei e Giovannini: nel mio spettacolo si cantava dall´inizio alla fine, non c´era prosa, tanto che i giornali sbagliavano a mandare i critici di altri settori. A Milano una volta mandarono un critico di opera lirica. Ora c´è il boom dei musical ma sono remake, versioni italiane di successi americani».

"Pipino il Breve", storia del vecchio re che vuol convolare a nozze con Berta "dal grande piede", dovette piacere parecchio sin dal suo apparire, con la sua struttura che riproduce l´opera dei pupi e con i suoi attori che trasudano sicilianità, se è vero che andò in tournée negli Stati Uniti, nella mitica Broadway, in Argentina e persino in Australia. «Fu un successo clamoroso - ricorda Cucchiara - In America ci andai un mese prima del debutto per lavorare alla traduzione assieme a un autore teatrale americano. Lo sforzo fu quello di cercare di trasferire le battute e gli umori siciliani nel linguaggio americano. Il risultato fu che Tuccio Musumeci recitava una battuta e la gente rideva dopo dieci secondi, dopo aver letto la scritta nei sopratitoli».

Ma perché un autore tenta il salto mortale dalla canzone al respiro lungo del musical? «Perché una canzone di tre minuti non mi bastava più - risponde il musicista - Era una mia esigenza, con "Caino e Abele" volevo sviluppare un concetto di contrapposizione tra Bene e Male lungo un percorso che partiva dalla Genesi e arrivava all´Olocausto, attraversando personaggi come Giovanna d´Arco e Anna Frank».

Dopo "Sicilia amore mio", primo album (ma allora si chiamavano 33 giri) datato 1960, forma un duo folk assieme alla moglie Nelly Fioramonti, con la quale incide "Tony e Nelly" e "Tema folk", rispettivamente del '66 e del '67. Ma la discografia dei 45 giri annovera anche un titolo che più emblematico non si può per un cantautore siciliano, "Vaiu nni l´America", anno 1964, che segue e precede numerose variazioni sul tema dell´amore. E poi, in teatro, "Don Chiosciotto di Girgenti", con Lando Buzzanca (forte di un refrain, "Noi siamo Don Chisciotto e Sancio panza", di quelli che s´attaccano in testa per essere canticchiati a ripetizione), e "La baronessa di Carini", "Stracci" e "Storie di periferia". Insomma, la Sicilia, con tutti i suoi derivati della tradizione, ha sempre rappresentato il cuore pulsante dell´opera omnia di Cucchiara.

«Praticamente io ho passato buona parte della mia vita a studiare la storia siciliana, i testi, le poesie, le tradizioni, i giochi, e tutte queste cose imparate le ho usate nei miei musical».

E oggi che questa sicilianità sta dilagando in tanti settori dell´arte, dalla letteratura alla musica? «Se vuoi fare un lavoro originale devi attingere alle tue origini, diversamente vediamo i remake dei grandi musical di Broadway, che sono semplici traduzioni. Battiato, la Consoli, Paci si ispirano al repertorio della loro regione, qualcosa della Sicilia nei loro lavori la trovi sempre. Mario Biondi, per esempio, seppure canti in inglese, non dimentica di ribadire che lui ha debuttato con me nel mio "Don Chisciotto"».

Il futuro di Tony Cucchiara, però, per una volta, non parla siciliano: assieme al figlio Gianluca, anch´egli musicista, sta lavorando a una nuova edizione del "Conte di Montecristo". A occhio e croce, c´è da scommetterci anche senza un contratto in mano, per lo Stabile di Catania.
postato da: lingue.dialetti alle ore 18:02 | link | commenti (1)
categorie: cultura, dialetto, lingua, dialetti

LOMBARDIA / Brescia, nuova edizione di "Natale nelle Pievi"

Natale nelle Pievi 2008

Arte, fede e solidarietà attraversano il territorio

(1° dicembre 2008 - 6 gennaio 2009)

Le ragioni del cuore insieme a quelle forti dell’identità culturale hanno generato la prima idea del "Natale nelle Pievi", affermatosi, nell’arco di un triennio dal bilancio assolutamente positivo, come appuntamento artistico e culturale capace di connettere “in rete” molti comuni della provincia bresciana.

L'apertura a testi inediti in vernacolo ha portato in luce un vivace mondo autorale la cui creatività è sapientemente accompagnata da attori e musicisti bresciani. Valore aggiunto, e molto interessante sul piano della valorizzazione territoriale, la rosa delle location che vede ogni spettacolo ospitato in una delle Pievi della provincia, splendide ma a rischio d’oblio, in assenza di iniziative che le rendano accessibili al grande pubblico.

Al binomio “arte e fede” si aggiunge nell’edizione 2008 l’elemento della “solidarietà”, in armonia con l’intenzione prima del progetto. In cartellone si segnala, in data 13 dicembre, una serata benefica in favore della piccola Camilla, affetta da tetraparesi spastica con ipertono muscolare, per facilitare l’iter delle cure negli Stati Uniti.

Nella convinzione che fare cultura significa “includere”, e che deve definirsi “teatro” un luogo d’accoglienza e crescita per tutti, è stato avviato un dialogo con Canton Mombello e Verziano, gli Istituti di pena bresciani. Il primo frutto della collaborazione è la data di uno spettacolo che il 15 dicembre vedrà i detenuti coinvolti come autori e attori, nello spazio della piccola chiesa della Casa circondariale di Canton Mombello.

All’elevato numero di Comuni bresciani, 47, coinvolti nel “Natale nelle Pievi” si aggiungono le adesioni di Rogno, in provincia di Bergamo, con la Chiesa di Santo Stefano Protomartire; di Costa Volpino, con la Chiesa di Santa Maria della Mercede e di Lovere, sulla sponda bergamasca del Sebino, con l’antica chiesa di Santa Chiara. Un buon indicatore di consenso per lo spirito caratterizza l’iniziativa, in vista di aggregazione e condivisione che sono da sempre alla base di ogni progresso sociale e culturale.



Tra tradizione e molte novità l’appuntamento con 47 comuni del territorio

“Natale nelle Pievi” quarta edizione: la parola al Direttore artistico


Pietro Arrigoni

La rassegna che per la prima volta nel 2005 si è affacciata sulla scena, ampia e diversificata, dell'offerta teatrale bresciana, lo ha fatto con semplicità e rispetto, ma con l'intenzione di dire qualcosa di nuovo.

L'originalità dovrebbe essere il requisito primo di ogni creazione artistica. Il "Natale nelle Pievi" nasce dalle radici profonde dell'identità bresciana: nel 2005 lavoravo a "Penna e calamaio", uno spettacolo in onore del poeta dialettale Angelo Canossi, e arrivò come una folgorazione l'idea di estendere quel tipo di ricerca e di lavoro anche all'ambito della produzione testuale attuale.

Canossi è il nume tutelare della poesia dialettale bresciana...

È stato un grande poeta e le bellezza della sua parola è destinata a resistere nel tempo: ne ho potuto sperimentare l'efficacia anche in scena, la capacità di evocare un mondo vivo, pensante, pieno di energia. Ancor oggi moltissimi autori mi confermano di sentirsi legatissimi alla memoria di Canossi, e non ho difficoltà a comprenderli. Il contatto con la produzione testuale dialettale bresciana, in poesia e in prosa, è stato davvero stimolante per me. Forse era impreparato a tanta creatività, benché ispirata dal Natale, momento di puro incanto all'interno dell'anno, e non solo da un punto di vista religioso.

Anche la fede è ben presto entrata a far parte del progetto.

Ho individuato una sorta di analogia tra il dialetto, "lingua seconda", messa talvolta in ombra dai puristi, e le piccole e grandi chiese che subiscono un destino d'abbandono, mentre si perde la memoria della loro primitiva funzione e gli agenti atmosferici ne minacciano l'integrità. Sono ricettacoli di fede, veri e proprio gioielli architettonici, estromessi ormai dai "canali" pulsanti della nostra affaccendata vita sociale.

“Natale nelle Pievi” è tornato puntualmente (con il patrocinio del Comune e della Provincia di Brescia – Assessorato alle Attività e ai beni Culturali e alla valorizzazione delle Identità, Culture e Lingue Locali) ad animare le serate d'Avvento per tre anni fino ad oggi.

Sono convinto che la bontà dell’idea originaria sia alla base della fortuna di quest’iniziativa, che resta un unicum sul piano nazionale ed è ben accolta dalle amministrazioni, in quest’edizione 45, pure nel momento oggettivamente difficile. Ho condiviso, con gli autori, con gli artisti, con le amministrazioni comunali che hanno sempre risposto con entusiasmo, una tensione positiva, lontana dai cliché. Un'esperienza che mi ha dato moltissimo e ha forse dato qualcosa in termini d'identità e di maggior consapevolezza, ad ogni spettatore. Fare cultura significa, sempre più per quanto mi riguarda, includere: se è vero che il dialetto ha dimostrato di saper vincere qualche "battaglia" in termini di efficacia comunicativa, spero che l'idea del "Natale nelle Pievi" abbia contribuito a restituire l'immagine viva di una comunità che si identifica proprio nella lingua delle origini e torna nei luoghi in cui la fede più autentica trova alimento e conforto, mentre vibrano l'attesa, la speranza e infine la gioia del nuovo inizio che ha il sorriso del Bambino.

Fitto, come sempre, il carnet degli appuntamenti tra il 1° dicembre 2008 e il 6 gennaio 2009...

E c'è qualche sorpresa ad attendere gli spettatori! Ne anticipo una: tra le molte realtà di ricerca sul territorio ho incontrato l'Associazione Onès, di Ponte Caffaro, impegnata nella tutela del patrimonio musicale e letterario dell'alta Valle Sabbia e di Bagolino in particolare. Un aiuto importante per scrivere una pagina sull'amore per la tradizione e sulla capacità di attualizzarla. Per il resto, sarà un piacere ritrovare il Circolo Fotografico Click di Flero, prezioso partner in ogni edizione e custode di un ricco archivio fotografico, Giorgio Zanetti, Piergiorgio Cinelli, Daniele Gozzetti, Mariateresa Scalvini, Beppe Pasotti, Luciano Bertoli, Gabriella Tanfoglio, Alberto Zacchi, Sara Martina Venosta, Silvio Gandellini, il Coro Prealpi di Erbusco, il quartetto d’archi La nuova Meta, gli Zampognari di Sarezzo, il burattinaio Giacomo Onofrio, la cantante Tiziana Morzenti…

Ogni pieve, ogni chiesa si fa “teatro” come luogo d’accoglienza e crescita per tutti.

Proprio in tema di “inclusione” e “solidarietà” si registrano gli indirizzi più recenti del progetto. Uno degli spettacoli (nella serata di Santa Lucia, il 13 dicembre) sarà offerto alla piccola Camilla, affetta da tetraparesi spastica con ipertono muscolare, per facilitare l’iter delle cure negli Stati Uniti. Dagli Istituti di pena, Canton Mombello e Verziano, con cui è in essere una collaborazione, ho ricevuto molti, toccanti testi sul tema del Natale. E proprio grazie ai detenuti, direttamente coinvolti dalla Direzione in veste di autori e attori, il “nostro” Natale acquista una inedita profondità, includendo tra le “Pievi” anche la piccola cappella di Canton Mombello, in uno spettacolo dedicato, in data 15 dicembre.


Davvero bravi e in bocca al lupo per questa nuova edizione! (gmp)

postato da: lingue.dialetti alle ore 17:54 | link | commenti
categorie: cultura, dialetto, lingua, dialetti
giovedì, 11 dicembre 2008

VENETO, PODCAST / Qui la registrazione della trasmissione sulla Lingua veneta, ospite il vicepresidente regionale Franco Manzato

Trasmissione Lingue & Dialetti, Radio Padania Libera del 28 novembre 2008. Argomento: iniziative regionali a favore della Lingua veneta. Ospite: il vicepresidente della Regione Veneto, Franco Manzato


http://www.divshare.com/download/6058410-e25

postato da: lingue.dialetti alle ore 19:49 | link | commenti (1)
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mercoledì, 10 dicembre 2008

EMILIA / Così "La Repubblica Parma" sul "Dialetto parmigiano: piccola lingua di una piccola patria"

Un interessante articolo, ricco di spunti di riflessione generali e di informazioni in particolare sulla lingua parmense, tratto da http://parma.repubblica.it



Il dialetto parmigiano: piccola lingua di una piccola patria

di Giovanni Petrolini




 

L’inconfondible e irripetibile originalità del parmigiano, come quella di ogni altra parlata dialettale, è legata alla particolarità dei suoi suoni (‘foni’). Ma ancor più è dovuta al ‘ modo’ singolarissimo con cui quei suoni vengono modulati all’i nterno delle parole e delle frasi. Più ancora della ‘fonetica’ è infatti la ‘tonetica’, ovvero la curva melodica, la prosodia, che rappresenta in qualche modo il Dna di ogni dialetto. È insomma il suo particolarissimo ‘accento’, la sua ‘cantilena’ come si usa dire più popolarmente.

Ma purtroppo anche la ‘tonetica’ di un dialetto (così contagiosa da passare facilmente all’italiano parlato locale), proprio come il Dna di una persona, è difficilmente analizzabile e descrivibile se non con strumenti di laboratorio e metodi di analisi molto sofisticati. Ci basti qui una semplicissima osservazione: al solo sentir parlare qualcuno in un qualsiasi dialetto italiano, dal suo ‘ accento’ è possibile dedurre con buona approssimazione la sua terra d’origine, la terra dove ha vissuto e dove forse è anche nato. Dal tono della sua parlata è possibile insomma risalire direttamente alla sua ‘piccola patria’, come non sarebbe possibile fare muovendo da altri suoi comportamenti che pure sono dei ‘ marcatori di identità’ (come per esempio il suo modo di mangiare, di vestire etc.).

Ma che cosa significa ‘piccola patria’? Di ‘patria’ (o di ‘matria’, come qualcuno preferirebbe dire) – si osserverà – ce n’è una sola. Che non è né grande né piccola. È la Patria del Tricolore e dell’I nno di Mameli. È la Patria per la quale tanti italiani si sono battuti e hanno dato la vita. È la Patria di Dante, di Leonardo, di Galileo, e dei Grandi che come Loro l’hanno resa grande, a prescindere dalla città dove fossero nati. Per molti oggi sembra che non sia più così. Sarà la crisi degli Stati nazionali, sarà la sempre minore credibilità dei politici e delle politiche statali, certo è che mai come oggi gli italiani si sono sentiti figli di almeno due patrie, dibattuti tra sentimento nazionale e spirito municipale, alla ricerca di un difficile equilibrio tra l’Italia dei deputati e dei senatori, e l’Italia dei sindaci e degli assessori, tra l’Italia della Repubblica e l’Italia dei Comuni.

Proprio nel momento in cui comiciano a partecipare confusamente di una terza grandissima patria, quella europea, dove si parlano lingue straniere incomprensibili ai più, gli italiani riscoprono più forte che mai il senso di appartenenza non solo all’Italia, la ‘ grande patria’ del loro orgoglio nazionale, che bene o male parla ‘ italiano’, ma anche alla città dove sono nati e cresciuti, ai luoghi che li hanno visti bambini. Alla ‘piccola patria’ cara al cuore, che ancora, bene o male, parla dialetto. Una piccola lingua imparata non leggendo, ma vivendo. Vivendo insieme ad altri dello stesso paese o della stessa città la vita di tutti i giorni. Frequentando le stesse persone, gli stessi borghi, le stesse strade, le stesse piazze, attraversando gli stessi ponti, bevendo alle stesse fontane. In un contatto comune, diretto e immediato, con le stesse persone e le stesse cose, con lo stesso paesaggio. Per molti italiani che oggi si sentono sorpassati e smarriti da una storia che cammina troppo in fretta, disorientati e spaesati nel loro Bel Paese dominato da litigiosità e confusione, il senso di appartenza a queste piccole patrie si è fatto più intenso e sentito. Sono i luoghi che loro conoscono meglio di tutti gli altri al mondo.

Sono le terre dei loro padri e delle loro famiglie. Patrie ‘ concrete’, non ‘astratte’ e calate dall’alto, che oggi sembrano rappresentare un sicuro piccolo punto di riferimento, un solido ancoraggio affettivo nel grande e imprevedibile mare della ‘ globalizzazione’. E si capisce come dai figli di queste ‘piccole patrie’, il dialetto sia percepito come il più distintivo tra i ‘ segni particolari’ della loro carta d’identità etnica e culturale. Tutto questo vale naturalmente anche, e forse ancor più, per una città come Parma. E per quella ‘razza particolare’ di italiani che sono i parmigiani. Cittadini di una città di provincia che vanta una storia bimillenaria e un glorioso passato di piccola capitale europea e che si fregia di uomini e imprese che hanno dato lustro all’Italia nel Mondo. Così, specialmente oggi che a Parma è venuta largamente meno la percezione del dialetto come un contrassegno di classe, forse non c’è nulla che come il suo dialetto faccia sentire orgogliosamente parmigiano un parmigiano. E questo a dire il vero non da oggi.

Quando Parma viveva ancora rinchiusa tra le sue mura, e la scarsa mobilità dei parmigiani, non ancora motorizzati, si giocava tutta (o quasi), a piedi o a cavallo, tra la città e la vicina campagna, a distinguere un vero parmigiano dai tanti contadini inurbati dal più vicino contado era il dialetto. Un po’ come oggi a far riconoscere un parmigiano in mezzo a tanti altri italiani, a tanti altri europei, o a tanti altri abitanti del pianeta, non è il colore degli occhi o dei capelli, non sono i lineamenti del volto, né il modo di mangiare o di vestire ma è ancora una volta quel suo modo unico e irripetibile di parlare.

Bombén Nella sua forma attuale bombén, avv. o pron. indef., è abbastanza recente. In questa precisa veste fonetica lo attesta per la prima volta (per quanto mi risulta) Peschieri che sente ancora la necessità di chiarire “per dir moltbein”. Allora e prima d’allora le sue varianti più comuni erano montben / mondbén / moltbén / moltbein / monbén / mombén. Un mont ben compare già – come si è già avuto occasione di ricordare – nel rustico parmigiano ‘riflesso’ (1590) de La carbonaia di Francesco Ugeri “Ch’a min son cort a bolla, ch’ i han slovazzà mont ben par lor” ‘Che me ne sono accorto perfettamente, che hanno divorato molto a loro vantaggio’. Il parm. bombén rappresenta dunque l’esito (con assimilazione consonantica m-b > b-b) di un precedente composto mondbén passato a monbén/mombén a sua da mondbe(i)n propr. ‘molto bene’. Cfr. anche il piemontese motoben/mutubin, lunigianese mutuben, butuben (cfr. REW 5740) dove la nasale sembra essersi ammutolita molto presto. Per altre varianti lunigianesi si veda G. Masetti, Vocabolario dei dialetti di Sarzana, Fosdinovo, Castelnuovo Magra, Pisa, 1973, a.v. Quel che va sottolineato è che il primo elemento mont-/mond- del composto parmigiano disusato montbén/mon(d)bén (in luogo di ‘moltbén’ che ci aspetteremmo) rappresenta la sopravvivenza proprio di quell’antico ‘monto pro multo’ ‘monto per molto’ che fu già un elemento caratteristico del volgare parmigiano del Basso Medioevo, al punto che Dante lo stigmatizza come uno dei tratti più grossolani del volgare parmigiano (si veda De vulgari eloquentia, I, 15). Ma questa non commendevole (almeno per Dante) particolarità di dire monto invece di molto pare fosse condivisa da altri dialetti emiliani occidentali (cfr. per es. l’antico modenese mont, per es. mont dì, mont ann, si veda G. Bertoni, Profilo storico del dialetto di Modena con un’appendice di “giunte al vocabolario modenese”, Firenze, 1921, p. 69).

Quanto alla ragione di monto ‘molto’ (invece di molto) dei tempi di Dante si possono formulare solo delle ipotesi. Potrebbe trattarsi semplicemente di un fatto fonetico, come nel caso di monto ‘molto’ dell’antico umbro, con nasalizzazione di -l preconsonantica (si veda Rohlfs, Grammatica…, § 245) come nel romanesco antro, noantri, dovuta all’influsso della nasale precedente. Ma in questo caso, trattandosi di fenomeno estraneo al parmigiano e alle parlate emiliane occidentali, dovremmo pensare a un improbabile prestito fonetico dalle parlate mediane. Più facile che monto dipenda qui dalla sovrapposizione del sost. mundus ‘mondo’ o dell’avverbio abunde ‘abbondantemente’, al lat. multum, come vuole per es. il DEI II 1307, a.v. dimolto). Preferirei pensare tuttavia a un precoce accostamento ‘popolare’ di molto a monte (che contiene anch’esso l’i dea di gran quantità, di abbondanza). Anche nell’antico volgare genovese, come in quello parmigiano, si diceva monto per molto, v. G. Flechia, Annotazioni sistematiche alle Rime Genovesi (Archivio, II, 161-312) e alle Prose Genovesi (Archivio, VIII, 1-97), in “ Archivio Glottologico Italiano”, VIII (1883-85), p. 370, dove si accenna anche all’antico francese mont. Per l’accostamento paretimologico a monte viene in mente il sardo meta ‘molto’, dal latino meta ‘mucchio, monte’ (M. L. Wagner, La lingua sarda. Storia spirito e forma, Berna, 1951, p. 133), livornese un monte ‘molto’ etc.

Ma neppure è da escludere un incrocio tra multu(m) e tantu(m), cfr. l’antico milanese mainta ‘molta; tanta’, parallelo all’antico francese e provenzale maint, all’antico it. manto ‘molto’, v. S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana (d’ora in poi GDLI), Torino, 1965-2004, a.v., cfr. REW 5231, attestato per es. nel volg. milanese del Duecento, v. M. Degli Innocenti, Una “ Confessione” del XIII secolo. Dal “De confessione” di Roberto di Sorbona (1201-1274) al volgarizzamentoin antico milanese (ms. Ambros. T 67 sup = MA1), in “Cristianesimo nella Storia”, V (1984), pp. 245-302, v. Glossario a.v.

(09 dicembre 2008)



Un piccolo saggio ben argomentato sia per quanto riguarda le specificità tipologiche e storiche della lingua di cui si parla, sia per l'analisi generale dell'importanza crescente di quelle che vengono definite le "piccole patrie" anche dal punto di vista linguistico. Le "patrie concrete", contrapposte alla "patria astratta"...

Già: la patria unica, proprio quella astratta: "quella del tricolore e dell'inno di mameli", quella delle guerre di aggressione spacciate per guerre di indipendenza,  quella dei massacri di civili spacciati per lotta al brigantaggio, quella della vergogna della propria lingua e dei popoli assoggettati spacciate per progresso civile a tutto vantaggio dei padroni del vapore, è per fortuna davvero in crisi nera di identità e di ruolo. E a nulla serve che se ne riaffermi l'esistenza per atto dovuto, sempre più stancamente e quasi come un riflesso condizionato. Ed è interessante notare - come viene fatto magistralmente in questo articolo - che un numero molto crescente di  persone si rendano conto di questo fallimento storico, e che la sua difesa (quella della "patria del tricolore") appaia sempre più un "minimo sindacale", una difesa d'ufficio anche su testate e organi di informazione di solito molto refrattari (per non dire apertamente ostili) nei confronti del trionfo crescente e inarrestabile delle identità locali di fronte alla prepotenza ottusa ed economicamente criminale della globalizzazione.

Chi scrive, da sempre ha dichiarato, nel suo profilo, di non riconoscere altre "patrie" all'infuori del Piemonte e del Mondo intero. Non si può che essere più che soddisfatti e rasserenati dall'osservare come questa precisa scelta di campo assuma sempre più i contorni di un vero sentimento collettivo. (gmp)

venerdì, 05 dicembre 2008

LIGURIA / Venerdì 12 dicembre Vittorio De Scalzi presenta in diretta a Radio Padania il suo Cd in genovese

Venerdì prossimo 12 dicembre, Vittorio De Scalzi (fondatore dei New Trolls) sarà ospite  della trasmissione Lingue & Dialetti su Radio Padania Libera per presentare il suo Cd in lingua genovese "Mandilli". Appuntamento alle ore 14,30. (gmp)

postato da: lingue.dialetti alle ore 18:29 | link | commenti
categorie: cultura, dialetto, lingua, dialetti
lunedì, 01 dicembre 2008

LIGURIA / Esce "Mandilli", disco in genovese di Vittorio De Scalzi (New Trolls)


Articolo tratto da http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com


RENATO TORTAROLO

SI PUÒ PARTIRE dalla musica beat di quarant’anni fa e tornare a quella dialettale, alla grande tradizione? Pare di sì, come suggerisce Vittorio De Scalzi, 59 anni, fondatore dei NewTrolls, che da qualche giorno ha pubblicato l’album “Mandilli”, esordio da protagonista proprio nel cantare in genovese. Il disco era atteso da tempo, sorprendendo chi aveva di De Scalzi una doppia immagine: quella romantica di canzoni come “Quella carezza della sera” e quella “progressive” di “Concerto Grosso”. In realtà per il musicista e autore «è un viaggiare parallelo: ho cominciato a lavorare sul dialettale già nel 1968 quando ho scritto una canzone: “Cumme t’è bella Zena”. Tutti credono che appartenga alla tradizione popolare mentre l’ho scritta con Bunni, il famoso pittore di Sturla». Eppure negli anni ’60, quando si era tutti più giovani e ribelli, il dialettale non era considerato un’espressione fresca e felice del fare musica: «In parte, posso essere d’accordo anche perché nel ’68 avevo appena inciso con i New Trolls un disco rivoluzionario come “Senza orario senza bandiera” insieme a Fabrizio De André» dice De Scalzi «in realtà vivevo già dentro la musica dialettale perché mio padre era proprietario di un’etichetta che si chiamava Area Record. Tutto ruotava intorno al famoso Studio G di Genova dove sono passati in tanti, dai Trilli a Franca Lai a Piero Parodi: grandi personaggi nell’ambito di quel genere».

Per De Scalzi, anzi, coltivare un interesse non ne esclude un altro: «Si trattava di apertura mentale, secondo me è un fatto di visione musicale: se sei davvero appassionato, la musica ti piace tutta, naturalmente quella bella. Altrimenti possono essere inutili anche rock, jazz o pop». Dopo tanti anni e alla vigilia di un riconoscimento che spera sia il più generoso e trasversale possibile, il cantautore ricorda che «questo mischiare i generi all’inizio era quasi una imposizione di mio padre, lavorando nello stesso studio. Ad esempio ho collaborato con il Trio Universal nell’incisione delle loro canzoni, all’epoca piacevano molto, e piano piano mi è cresciuta una passione che ho coltivato negli anni».

De Scalzi non esclude nemmeno un super lavoro, ora che insieme al chitarrista Nico Di Palo l’attività dei rinnovati New Trolls è tornata a essere prima di tutto concertistica: «Certe cose non si possono frenare, d’altra parte quando scrivi una canzone, se non la fai sentire è un po’ come metterla in prigione. Prima o poi devi aprire le sbarre e darle il via libera verso la gente. Non escludo nemmeno la concomitanza di questo lavoro con altri impegni, ma alla mia età il lavoro non è certo un problema». Un altro punto, invece, è il rapporto con il passato: «Dopo aver fatto tutte le ricerche del caso, devo dire che grandi artisti nella canzone genovese non ce ne sono. Le nostre radici musicali sono nel Trallalero, metre altri brani considerati classici ,come “Ma se ghe pensu”, sono molto più recenti. Abbiamo avuto grandi interpreti nostalgici come Mario Cappello, ma le loro canzoni non sono antiche come quella napoletane o gli stornelli romani. E poi, sempre per restare in quest’area, noi abbiamo un problema con il dialetto: se ti sposti di 30 chilometri è subito diverso e questo non gli dà una grande popolarità. Uno dei meriti di De André con l’album “Creuza de ma” è proprio aver riunito, per la prima volta, il dialetto genovese».

A questo punto rimane solo da portare “Mandilli” in giro per l’Italia: «Sì, in fondo si ascoltano canzoni in inglese senza capirne le parole ma apprezzandole per il suono delle parole e della musica. Nel mio caso, grazie anche al lavoro superbo di mio fratello Aldo negli arrangiamenti e al suono particolare che gli ha dato, sono convinto che questo esordio meriti di essere esportato».

tortarolo@ilsecoloxix.it


postato da: lingue.dialetti alle ore 15:58 | link | commenti
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