Sul sito online del Corriere della Sera, nella rubrica "Italians" curata da Beppe Severgnini, ieri è stata pubblicata questa lettera, http://www.corriere.it/solferino/severgnini/08-06-07/08.spm , qui di seguito riportata con il consenso esplicito della sua autrice.
Smettetela di dire che in Sicilia si parla un'altra lingua
Carissimi Italians,
scrivo questa lettera per lanciare un appello a tutti gli Italians sparsi per il mondo e in patria: potreste smetterla di dire che in Sicilia si parla un'altra lingua, non l'italiano, mentre nel resto d'Italia si parla italiano? Sono ormai abituata a sentirmi fare domande di questo tipo dai miei studenti stranieri, e lo accetto perché stanno imparando a conoscere l'Italia e la sua realtà linguistica, ma non posso accettare che tale commento venga fatto da un italiano colto e poliglotta.
Lo sapete che in ogni regione italiana c'è una lingua locale o forse più di una? Che il dialetto lombardo è incomprensibile ai sardi come pure ai siciliani? Che la lingua locale, o dialetto, parlato in Piemonte ha nulla o poco a che vedere con l'italiano standard. Che da siciliana ho usato i sottotitoli in inglese per comprendere i dialoghi di un film come L'amore dannoso? E poi lo volete capire che la varietà linguistica italiana è una ricchezza e non un sinonimo di ignoranza, qualcosa di cui ci si debba vergognare e da umiliare? Se qualcuno ancora non si fosse reso conto, tutti gli italiani hanno un accento, più o meno marcatamente regionale, da nord a sud. L'italiano standard in «realtà» è un'astrazione, non esiste. L'italiano parlato nelle varie regioni, da sud a nord è sempre influenzato dai dialetti locali (i bergamaschi dicono «l'ho letto ancora quel libro» per dire «l'ho già letto», in veneto dicono «il treno passa ai minuti quindici». Mettere l'articolo determinativo davanti a un nome proprio non è italiano, ma variante regionale (l'Ugo, lo Stefano, il Marco, l'Anna e la Francesca), come pure dire «entro la macchina», molto diffuso al sud.
Gli stranieri non sanno, ma noi italiani dovremmo conoscere la vera realtà linguistica del nostro Paese, non ci vuole tanto, basta pensare un po' prima di aprire la bocca e sparare a vanvera.
Giulia Giannini, giulia.giannini@yahoo.it
Parole più che sante. "Lo sapete che in ogni regione italiana c'è una lingua locale o forse più di una", si chiede Giulia. Noi, qui da queste parti antagoniste allo sradicamento, lo sappiamo molto bene. E lo saprebbero bene anche tutti gli altri se non ci avessero fatto, sin dall'asilo nido, il lavaggio del cervello. "Noi", gli acculturati, i dritti, i più intelligenti, parliamo italiano. "Voi", rozzi, ignoranti, arretrati, razzisti (pure questo ci tocca), continuate a restare indietro parlando "ancora" i vostri "dialetti". D'altra parte, "Una di lingue, d'armi" eccetera, straparlava il Carducci pensando alla sua Italia, che non aveva e non ha niente a che vedere con lo Stato italiano reale. Per fortuna.
E così, nel tentativo violento e culturalmente genocida di "dare un nome solo a chi ne ha cento", si sono creati razzismi (quelli veri) e divisioni (quelle vere): tu "sei inferiore perché non parli italiano", qualcuno si sogna ancora di dire, falsando completamente realtà, buon senso, rispetto e tutto il resto.
E' vero: la lingua siciliana non è italiano. Così come non lo è il veneto, il piemontese, il milanese, il friulano, il sardo, il napoletano, il bergamasco... Questa è una realtà, una verità, una speranza. Già, una speranza. Perché la sopravvivenza e il mantenimento di un'identità specifica chiara, netta, marcata, affiancata alla lingua comune, è un dato di ricchezza e una formidabile arma di antagonismo alla globalizzazione culturale. Al tentativo in atto con sempre più veemenza di trasformarci nello stesso, uguale, monotono, tristissimo, decerebrato "homo oeconomicus", a qualunque latitudine o longitudine del globo.
Ha ragione da vendere Giulia. La realtà linguistica variegata, composita e colorata (fin che dura) dei territori di questo Stato dovrebbe essere conosciuta, amata e rispettata - a tutti i livelli, compreso quello di uno Stato che su questa materia è ancora cieco e sordo, malgrado l'articolo 6 della Costituzione - in primo luogo da noi stessi. Altro che disprezzo, presunzione ed ignoranza.
Gioann March Pòlli
Fabrizio Tenerelli
(da www.riviera24.it )
Trovare segnalazioni di eventi di questo tipo è sempre più confortante. Solo attraverso la reimmissione nelle scuole, soprattutto nelle primarie quando non ancora prima nelle materne, la lingua locale può avere qualche speranza di essere trasmessa alle nuove generazioni, e quindi al futuro. Prima ancora della stessa lingua, nelle classi deve passare un concetto di base che ribalti l'enorme quantità di idee assurde in merito alla subalternità dei "dialetti", alla loro "rozzezza", alle presunte "incultura" e "arretratezza" di chi li parla.
La propria lingua vera, naturale, della comunità, è - al contrario - la più grande ricchezza culturale che si possiede. Ed è ciò che fa le identità dei popoli qualcosa di unico, di peculiare, di irripetibile. Cancella una lingua e farai per sempre schiavo il popolo che la parla, scriveva in sostanza il grandissimo Ignazio Buttitta. La domanda è sempre la stessa: vogliamo vivere da liberi tra i liberi oppure da schiavi delle lingue e delle volontà degli altri? (gmp)
(fonte: www.lancora.com )
LOAZZOLO (At) - Domenica 8 giugno "E s'as trovèisso an Langa?" 7ª Festa della lingua Piemontese nella Langa Astigiana. Eccoci giunti a una nuova edizione di questa straordinaria festa che raduna e accoglie nel piccolo paese di Loazzolo, in questa magnifica giornata, tanta gente che giunge da tutte le parti del Piemonte e non solo.
È la 7ª festa della Lingua Piemontese nella nostra Comunità Montana Langa Astigiana che in questi giorni stiamo ultimando di preparare con tanto entusiasmo.
Ormai la giuria ha quasi finito il suo compito e stiamo per sapere i nominativi dei vincitori del sesto Concorso Letterario "La me tèra e la sò gent". Anche quest'anno è sempre alto il numero delle partecipazioni, un centinaio circa giunte da ogni angolo del nostro Piemonte, ma anche da altre regioni. Come di consueto in mattinata porteremo i nostri graditi ospiti a visitare un "gioiello" della nostra zona: quest'anno è la volta di Cessole con la sua chiesa parrocchiale a due piani. Il progetto della chiesa fu opera dell'architetto Giacomo Carretto, discepolo di Juvarra, il quale riuscì a metter d'accordo tutti i paesani con le loro diverse proposte e i Disciplinati - chi la voleva nella piana e chi la voleva vicino al castello - costruendo due chiese, una sull'altra. La superiore, la parrocchiale, è dedicata a Nostra Signora Assunta, mentre quella di sotto è l'oratorio della Confraternita dei Disciplinati. Inoltre il piccolo paese è anche celebre per il Toccasana Negro, liquore fatto con tante erbe, preparato un tempo dal conosciutissimo Setmin di Cessole. A Cessole parteciperemo alla messa celebrata da don Piero e avremo il piacere di sentire le bellissime voci dei cantori del coro Bormida Singers che canteranno durante la funzione e per questa edizione avremo come ospite la "Banda Musicale Città di Orbassano" che dopo la celebrazione si esibirà nella piazza antistante la chiesa, seguirà aperitivo offerto dalla Pro loco del paese.
In seguito trasferimento a Loazzolo, nella sede operativa del Circolo, dove ad attenderci ci sarà un delizioso pranzetto preparato da Paola, la bravissima cuoca dell'agriturismo Case Romane del Quartino di Loazzolo aiutata dai cuochi del nostro Circolo (menù: salumi, ravioli al plin con sugo di carne, arrosto alle nocciole con contorno, robiola di Roccaverano dop con mostarda di peperoni, dolce, vino, acqua, caffè, tutto a 15 euro, è necessaria la prenotazione entro lunedì 2 giugno al numero 0144 87185, 333 6669909 Silvana, 340 0571747 Clara).
Nel pomeriggio, verso le 16,30, inizierà la premiazione del Concorso "La me tèra e la sò gent" con la partecipazione di molte autorità provinciali e locali. Saranno con noi il simpaticissimo scrittore e poeta Cichin Paschëtta, Donato Bosca dell'Associazione Culturale Arvangia, Oscar Barile del Nostro Teatro di Sinio, Roberto Negro dell'Associazione culturale Crosiera e tanti altri personaggi della cultura piemontese mentre la Banda Musicale Città di Orbassano allieterà il pomeriggio con brani della tradizione piemontese.
Ci sarà la presentazione del libro "La me tèra e la sò gent", che finalmente siamo riusciti a preparare e che raccoglie i lavori degli autori di 5 anni del nostro concorso letterario. Un libro che non vuole avere chissà quali pretese, ma solamente la speranza di aver dato voce a tante persone che si sono cimentate ad esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni nella loro lingua madre: il piemontese.
Gli appassionati delle nostre colline potranno visitare l'esposizione fotografica di paesaggi di Langa di Luisa Grimaldi.
Ci sarà la bancarella de "Il libro che cammina" a cura delle Associazioni "Il Nostro Teatro di Sinio" e "Arnagia".
Nel cortile saranno presenti alcuni produttori che porteranno le loro eccellenze enogastronomiche (...)
Dopo la premiazione, la sera verso le ore 21 si terrà un'inconsueto spettacolo dal titolo "Masca ghigna fàussa". Lo spettacolo è incentrato sulle narrazioni dell'attore regista Oscar Barile, sollecitato a recuperare la memoria della tradizione orale contadina da due studiosi come Donato Bosca e Romano Salvetti, alle prese con i misteri irrisolti dell'imperversante credenza nelle masche. In apertura Marilena Biestro e Loredana Siciliano rispolverano il mito della strega nella letteratura, evocando "Le streghe" di Roald Dahl, libro pieno di ingredienti per coinvolgere le incredibili fantasie di un bambino: in ogni donna si può nascondere una strega ma soprattutto strega è la maestra, "la vostra cara maestra che proprio ora legge a voce alta queste righe. Guardatela bene. Sicuramente sorride, come se un'idea del genere fosse ridicola. Ma non lasciatevi ingannare: è abilissima, sappiatelo".
Il libro parla di bambini che, per le streghe, puzzano di cacca di cane, appena fatta, fresca e fumante. Gli odori sono fondamentali nel mondo dell'infanzia ("Era il tipico fetore delle streghe e mi ricordava la puzza del gabinetto degli uomini nella stazione della nostra città") e anche i rumori. Secondo la nonna del protagonista (che non ha il nome perché è il narratore) la strega "aveva una voce strana, stridula e metallica allo stesso tempo, come se la sua gola fosse piena di puntine da disegno". Neanche a farlo apposta lo spettacolo si chiude con l'apparire in scena della strega piemontese più famosa, Micilina, nata a Barolo e morta sul rogo a Pocapaglia. Micilina affronta il pubblico e si racconta rivelando una non comune capacità a presentare le cose dal rovescio della medaglia.
La rappresentazione si propone, in realtà, come momento di cultura in cammino, cultura che documenta il nostro passato e che diventa materiale per un documentario in costruzione. Prende spunto dal libro di Donato Bosca pubblicato dall'editore Priuli & Verlucca di Ivrea con lo stesso titolo "Masca ghigna fàussa" e rivela le ragioni di un crescente interesse per le fattucchiere del nostro mondo contadino. (L'ingresso è libero).
Questo momento singolare e curioso concluderà la settima festa "E s'as trovèisso an Langa?" edizione 2008.
VERCELLI, 2 giugno 2008 - Venerdì 30 maggio è stato presentato a Vercelli dal professor Sergio Maria Gilardino, docente all’Università Mc Gill di Montréal, ed esperto di lingue e letterature minoritarie, il primo dizionario della lingua Walser. Il titolo dell’ imponente opera composta da 40 mila vocaboli, è: "I Walser e la loro lingua, dal grande Nord delle Alpi".
Convinto dalla volontà di conservare la propria lingua e la propria identità, il professore si mise all’opera coadiuvato da una squadra di dizionaristi walser locali, circa sette anni fa, quando i Walser di Alagna gli si rivolsero chiedendogli di aiutarli. Il volume è stato redatto seguendo le medesime metodologie esperimentate dal professore sulle lingue dei nativi del Canada, sua terra d’origine.
"Titzschu" – così è chiamata la lingua walser di Alagna - come "Inuit", significa popolo, e come per gli Irochesi, gli Inuit, gli Algonchini e i Mohicani, il recupero della lingua ancestrale è stato portato a termine anche grazie alla creazione di neologismi, per rendere la lingua attuale e permetterle di non morire.
"Il Piemonte – ha dichiarato Gilardino – è una terra straordinaria, dove vengono parlate la più antica lingua germanica e la più antica forma di provenzale, inoltre, il primo atto dell’Unità d’Italia, convocato nel 1861 da Vittorio Emanuele II, venne redatto in piemontese.
Anche il Walser, come le oltre 300 lingue ancestrali del popolo italiano sarà riconosciuto come patrimonio inalienabile della Repubblica, questa è stata la promessa fatta nella sua introduzione, dal sottosegretario agli interni, dottor Michelino Davico, all’interessata assemblea di Vercelli.
(tratto da www.discoveryalps.it/ )
Discussione aperta. Chi c'era, qui sotto può raccontare ciò che vuole...
gioann
«Facile facile» Ecco la grammatica
Il Napoletano lingua da studiare
C'è la musicalità di Eduardo, il brio di Peppino, la riflessione profonda di Salvatore Di Giacomo: il dialetto napoletano, quello anche di Massimo Troisi ed Ernesto Murolo, si è un po' stufato di essere chiamato dialetto, perché, senza troppe storie, vuole essere una lingua.
E allora questo dialetto, che conta più opere letterarie, e di molto più importanti, di tante «lingue ufficiali», ora si è voluto prendere una rivincita ed ha incaricato una rigorosa autrice di stilare regole e sintassi della, appunto, lingua napoletana. Esce così un testo fondamentale e gustoso: «Facile facile. Impariamo la lingua napoletana - Grammatica» pubblicato da Kairos e firmato da Colomba Rosaria Andolfi.
All'interno di questo manualetto, rigorosissimo, in 180 pagine sono spiegati i principi fonologici, morfologici e sintattici della lingua napoletana, non più «storpiatura» dell'idioma italiano (ma chi mai l'aveva considerata tale?), piuttosto la parlata di una elite culturale che ha dato vita e vive in una città aperta e internazionale.
Nel libro tutte le regole della lingua del Vesuvio, spesso più semplici e lineari di quelle dell'italiano, in più una gran mole di parole tradotte dal vocabolario di Dante a quello di Eduardo. Incaricata dalla lingua napoletana dell'opera la professoressa Colomba Rosaria Andolfi, poetessa e commediografa, ovviamente, napoletana, che, nonostante qualche recente problema, si dichiara sempre follemente innamorata della sua città.
A. A.
(tratto da http://iltempo.ilsole24ore.com )